Julie è nata nel 1984 e la cosa mi colpisce sempre. Ogni volta.

Si riveste lentamente, lo sa che mi piace. Si sta riallacciando i sandali e, a me, viene in mente una cosa che ho letto tempo fa, e gliela dico:

  • “Lo sai che Orwell si vendette i diritti americani di “1984” per un paio di scarpe?”
  • “Orwell?” - mi fa lei - “quello della mia data di nascita? Ho quasi 40 anni…sono vecchia…”

Ed io lo so che è un assist, che dovrei risponderle qualcosa tipo “ma quale vecchia, sei ancora bellissima!” o un’altra cosa così. E invece la mia mente è già andata, partita per percorsi suoi, sulle rive di quel fiumiciattolo, laggiù nel Suffolk - l’Orwell river – dove mille volte ho fantasticato di andare per capire cosa avesse spinto Eric Arthur Blair a farsene un nom de plume.

Eric, vecchio fottuto reazionario travestito da socialista, di quante cose ti ho perdonato! A cominciare da quella stronzata della “lista”. Ma, lo so; eri lì buttato in un sanatorio con un piede ormai nella fossa, e Celia Kirwan te la stava facendo pregustare – e chi sono io per essere certo che in una situazione simile non mi sarei cantato tutti gli amici, porco e senzadio come mi ritrovo? – che, poi, la tipa non te l’abbia neanche fatta odorare è altra storia. Ben più furba fu Sonia (anche lei mandata dall’IRD come Celia) che, con tre soli mesi di matrimonio, si accaparrò i lasciti dei tuoi romanzi che subito si rivendette alla CIA, la quale seppe bene come usarli. Altro che quelle mezze seghe dell’IRD, gli americani avevano capito bene il potenziale dei tuoi libri e, soprattutto, di quei due “bignamini” dell’anticomunismo che erano la “fattoria degli animali” e “1984”, e della loro coolness da blockbuster!

E oggi che “Il grande fratello” è un format per rincoglioniti catodici, “1984” (anche) una canzone di David Bowie, che “tutti sono uguali ma i porci sono più uguali degli altri” andrebbe scritto a caratteri indelebili fuori da ogni tribunale, ospedale, scuola ed edificio pubblico dei nostri “Paradisi Della Democrazia”, che i cavalli cosacchi non si abbeverano più neanche nelle fontane di S. Pietroburgo e che in Catalogna ci si va in vacanza, cosa resta di tutto questo?

Parecchio ancora, a dire il vero: un numero costante e mai sopito di “critici” ed “esperti” che si arrabattano a darsi di gomito e a ripetere “quanto ci avevi azzeccato” e a blaterare di “psicopolizia”, “neo-lingua”, “bispensiero” e “riscrittura della Storia”, convinti che tu stessi guardando al futuro, che ci stessi mettendo in guardia dal mostro del totalitarismo quasi fossi una Hannah Arendt coi baffi.

E invece no! Tu gli occhi li tenevi fissi sul presente, anzi sul tuo recente passato, su quella stanza di quell’alberghetto di Barcellona, dove ti stavano per fregare e dove, se non ti avesse salvato la tua prima moglie Eileen, a poco ti sarebbe servito – come lasciapassare – quel proiettile che ti avevano piantato in gola i fascisti di Franco.

Insomma, che tu ce l’avessi coi “comunisti” – a quel punto – si può anche capire.

(Intanto Julie si è accesa una sigaretta, me la passa, è troppo intelligente per avercela con me. Mi riempio i polmoni consapevole che quella dose di catrame sarà la cosa più trasgressiva che avrò fatto oggi.)

E torno a chiedermi cosa ci avrai fatto, George, con quelle scarpe (guadagno sottratto alla povera Sonia), dove ci sarai andato?

Lo confesso: gli ho voluto bene a Orwell, nonostante tutto; gli ho voluto bene anche quando mi ha fatto incazzare, anche quando ho ritenuto che fosse sopravvalutato per motivi non certo letterari; ma gli ho voluto bene per “Omaggio alla Catalogna”, “Fiorirà l’aspidistra”, “La strada di Wigan Pier” soprattutto e, poi, anche per gli altri libri, e – certo – anche per “La fattoria degli animali” e “1984” che pure sono lì, tra il marasma dei miei libri.

Poliziotto, viaggiatore, novello S. Francesco, spia, combattente, visionario, burattino, oracolo; tutto e il contrario di tutto, un limone ben spremuto, non c’è che dire…

Eppure.

Eppure ce ne sarebbe stato ancora da spremere; il cinema per esempio: due soli film per “1984” (e, almeno il secondo, con uno straordinario Richard Burton al suo magnifico tramonto a disegnare un indimenticabile O’Brien, da vedere), e un cartoon del ’54 per la “Fattoria”. Ma, magari, oggi che ci siamo conquistati Libertà&Benessere al prezzo di guerre “a bassa intensità” e lavoro precario che produce più morti di una pestilenza, le nostre paure sono – semplicemente – diventate altre.

Però, in fin dei conti, c’è ancora un punto di questo libro che mi resta nel cervello: quel “ti amo” dal quale parte la rivolta e la rovina di Winston e Julie. Quel “ti amo” che sembra fare tanta paura da scatenare quell’intero sistema contro le due povere vittime sacrificali.

E ci ho creduto anche io – tanto, troppo tempo fa – che un “ti amo” potesse essere un atto di ammutinamento e di trasformazione. Ma ero giovane, cercate di capirmi! Confondevo Eros con Polemos, Gross e Fromm con Platone, la biondina del primo banco con la coscienza di classe; eppure con quell’”amore” che “reimpara sempre al cor gentile” un pugno di trentenni fiorentini (e sì, pare strano ma – a quel tempo – erano poco più che trentenni) hanno piantato un seme che ha dato i sui frutti fino a fiorire nel pensiero di un Rousseau e nella distruzione della Bastiglia quei quattro secoli dopo! Ma quell’”amor che a nullo amato amar perdona” non c’entrava niente col “ti amo” disperato e romantico in cui si cerca un rifugio dalle sconfitte.

Quello stesso “ti amo” che – qui ed ora – mi muore in gola; in questa stanza male arredata con neanche un “tetto viola” da cui guardare il cielo e che mi suona ridicolo anche solo a pensarlo, altro che fare paura o suonare trasgressivo e ribelle!

Anche in questo avevi sbagliato George.

E Julie è qui che ancora sopporta i miei silenzi. Perché è così gentile? Se, almeno, fosse un poco stronza sarebbe tutto più facile.

“E cosa c’è nella tua stanza 101? Altri 30 anni di questa vita”.

Incontro il suo sguardo e ci intuisco la mia stessa voglia di fuggire, ma lei ancora mi sorride, mi sistema la divisa e mi annoda la cravatta, la pausa pranzo è finita e lei sa che “al Ministero della Menzogna ci tengono a queste cose”, accendiamo i nostri schermi personali che possiamo tenere spenti anche se non facciamo parte del partito interno.

Mi sorride ancora e mi regala un’ultima, dolce, bugia:

  • “E’ stato bello. Dobbiamo rifarlo”
  • “Sì, dobbiamo rifarlo… Addio Julie”
  • “Addio Winston”
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