Copertina di Grizzly Bear Shields
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Per appassionati di indie rock e musica sperimentale, fan dei grizzly bear e ascoltatori di album raffinati e curati
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LA RECENSIONE

Li aspettavo al varco, impaziente, i Grizzly Bear. Non fucilatemi se dico che "Veckatimest" era stato il mio album preferito del 2009, con quel suo procedere sbarazzino e, per certe soluzioni armoniche, geniale.

Ascolto "Shields" e sembra non sia cambiato quasi niente: canzoni molto orecchiabili, suoni ricercati, sperimentalismi azzeccati, tutto a posto insomma. Ma il problema è proprio questo, non c'è stata evoluzione, tutto è uguale a tre anni fa! Se questo può andarmi bene per altre band, altri artisti, con i Grizzly Bear diventa un boccone duro da digerire, ma tant'é... dovrò farmene una ragione.

L'album manca di emozioni significative. Il predecessore era un continuo crescere e decrescere, stasi e frenesia, un continuo aumento e diminuzione della temperatura corporea. L'ascoltatore veniva sbattuto (e al tempo stesso coccolato) da una parte all'altra, in un costante vortice comunicativo che non lasciava il tempo di riflettere, di pensare cosa potesse succederti con il pezzo seguente, non potevi sapere dove saresti finito.

La complicata costruzione delle canzoni rimane di altissimo livello (certi gruppi se la sognano!), ogni strumento occupa il suo posto, senza prevaricare sugli altri, scelto per valorizzare il pezzo, ed è pronto ad emergere dalla fitta trama solo per il tempo necessario. Adattandosi al suo preciso contenitore, ogni sfumatura riesce a farsi notare al momento giusto. Dopo tutto il ruolo di produttore è sempre affidato all'abile Chris Taylor, polistrumentista che nelle apparizioni live suona il basso.

Ma manca il ritmo sognante di Two Weeks, il finale compulsivo di Ready, Able, l'esplosione corale del ritornello di While You Wait For the Others e la chitarra accelerata di Speak In Rounds non raggiungerà mai la poesia "simonandgarfunkeliana" di Southern Point. E poi non potrà mai più esserci una canzone come I Live With You... mai più, mai più...

C'è la fantastica Adelma, che di Speak In Rounds è la coda, un pochino più lunga e con un testo sarebbe stata un capolavoro. Si fa notare anche Yet Again, che con le sue armonie riesce a farti dondolare il capo a destra e sinistra; Sun In Your Eyes con i suoi sontuosi arrangiamenti che la fanno sembrare più musica da film (cosa alla quale peraltro sono abituati) che da rock band. Infine la romantica Gun-Shy, che vi cullerà sotto un cielo notturno di Tokyo.

Arrivando alla resa dei conti, un ottimo ascolto per coloro che si avvicinano al pianeta Grizzly Bear per la prima volta; chi però, come me è stato fulminato nel "lontano" 2009, non rimarrà particolarmente esaltato da questo lavoro.

In cuor mio, spero che i ragazzi di Brooklyn non abbiano ancora sparato gli ultimi colpi e auguro loro una carriera ricca di nuove sorprese.

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Riassunto del Bot

La recensione di Shields dei Grizzly Bear evidenzia una musica di alta qualità e un'accurata produzione, ma lamenta la mancanza di evoluzione rispetto al precedente Veckatimest. Pur riconoscendo arrangiamenti e sperimentalismi azzeccati, il disco non regala le stesse emozioni coinvolgenti. Alcuni brani spiccano per armonie e atmosfera, tuttavia nel complesso l'ascolto non sorprende chi già conosce la band.

Tracce video

01   Sleeping Ute (04:36)

02   Gun‐Shy (04:30)

03   Sun in Your Eyes (07:08)

04   What’s Wrong? (05:44)

05   Speak in Rounds (04:24)

06   Half Gate (05:29)

07   Adelma (01:02)

08   The Hunt (03:44)

09   A Simple Answer (06:00)

10   Yet Again (05:18)

Grizzly Bear

Grizzly Bear è una band indie statunitense nata a Brooklyn nel 2002. Nucleo storico: Ed Droste, Daniel Rossen, Chris Taylor e Christopher Bear. Noti per armonie vocali stratificate, arrangiamenti meticolosi e album acclamati come Yellow House e Veckatimest (Warp Records).
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