Giunti ormai al quinto album di inediti in studio, gli americani Hatebreed cedono un po' il passo e smettono di stupire veramente.
Preceduto da un carino (ma oggettivamente inutile, come un pò tutti i dischi di questo tipo) disco di cover "For the Lions" nella quale il combo capitanato dall'agguerrito Jamey Jasta si era divertito a reinterpretare glorie dell'hardcore (Misftis, Black Flag, Agnostic Front, Cro-Mags ecc..) e del metal estremo (Slayer, Sepultura, Obituary ecc..), il nuovo ed omonimo arrivato suona molto più anonimo rispetto alla restante produzione, soprattutto rispetto alle ultime due fatiche, il capolavoro "The Rise of Brutality" (veramente un disco da 10 e lode) e l'ottimo "Supremacy" che dopo il boom di "Perseverance" del 2002 li avevano elevati a leaders della scena metal e hardcore americana e mondiale, il problema non è tanto nella formula che viene qui riprodotta identica (mix sempre in perfetto equilibrio tra metal estremo e hardcore da mosh) ma sta nel songwriting poco ispirato che riesce a sfornare solo un paio di veri anthem (di quelli da gridare a pieni polmoni coi pugni chiusi e la rabbia negli occhi) ovvero il singolo, davvero convincente "In Ashes They Shall Reap" nel suo incedere convinto e la punk-orienteted "Every Lasting Scar" che presenta una linea vocale e una struttura generale del pezzo coi fiocchi, c'è da dire che anche l'accoppiata finale "Merciless Tide"/"Pollution of the soul" con quel riffing alla Slayer convince e non poco.
Spiazza un pò "Undiminished", una strumentale (una novità per i nostri) che rallenta i ritmi, incupisce il clima e sembra rifarsi parecchio ai Metallica, un azzardo che però non stona più di tanto.
Per quanto riguarda il resto (soprattutto la parte centrale del disco), certo c'è molta violenza e breakdown (l'opener "Become the fuse", "Words Became Untruth" oppure "Everyone Bleeds Now"), una esecuzione impeccabile, una produzione precisa (ma meno potente soprattutto rispetto a "The Rise of Brutality" che aveva un suono che ti faceva davvero sanguinare i timpani) ma c'è troppa aria da sufficienza, come se il gruppo si fosse un pò poggiato sugli allori di una notorietà ormai ben assicurata.
Detto questo, l'omonimo quinto disco degli Hatebreed non si rivela nel complesso un brutto album anzi qualche colpo riesce pure a darlo, ma esce battuto nel paragone con il resto della discografia, questo disco sufficiente nel bel mezzo di una carriera d'oro gli Hatebreed potevano anche risparmiarcelo, però ho fiducia nella band e confido nel prossimo lavoro