"Cold House" parla del tempo.

E quindi anche di numeri, ci sono sempre i numeri quando si parla di tempo.

Inizia il disco e non me accorgo, i primi 30 secondi non esistono, ogni volta che parte io lo percepisco quando ormai il primo minuto è quasi interamente passato. Mi chiedo cosa contengano quelle decine di secondi iniziali.

Poi arriva sempre un ricordo, di quelli lontani che non capisci mai se è davvero tuo o l'immagine di un racconto altrui.

Eccolo.

Mia madre mi dice che la vecchia del pianerottolo di fronte non c'è più, arriveranno nuovi inquilini tempo un mese e, mentre me lo racconta, penso a quando incontrando la vecchia durante la malattia, che le stava da anni ingiallendo la pelle, le dissi qualcosa come "stai cambiando, sei cresciuta" e mia madre veloce nel correggermi, gli anziani non crescono diceva.

Non lo avevo mica capito io a 6 anni che a un tratto succede che si smette di crescere e che i cambiamenti iniziano da un certo momento in poi ad essere una forma più dolce di deterioramento. E io facevo i calcoli, contavo -eccoli i numeri che sempre tornano insieme al tempo- doveva pur essere individuabile, geometricamente riconoscibile, questo momento in cui anch'io avrei smesso di crescere e iniziato a ingiallire.

Gli Hood mi parlano di questo. Ritrovo a volte la glaciazione di quell'istante che cercavo da bambino. E' l'elettronica fredda insieme al sussurro tiepido della gola, sono le tracce d'umore disegnate a pastello ad averlo fermato e reso finalmente osservabile. Pezzi come "You Show No Emotion At All", "Lines Low To Frozen Ground" mi raccontano queste storie.

"Cold House" mi ha insegnato a non preoccuparmi della consistenza delle nostre trasformazioni.
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