Illuha
Interstices

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C'è un muro.

Un muro che ormai non serve a nulla.

Spunta semplicemente come un fungo in aperta campagna: i resti in decomposizione di un vecchio mulino ad acqua.

Un muro di mattoni a vista bagnati dal sole.

E ci sono due insetti.

Il primo - ben pasciuto e privo d'immaginazione - trova dimora nel bel mezzo di uno dei piccoli rettangoli di terracotta, rilassa le antenne e cuoce lentamente al fuoco della stabilità appena conquistata.

Il secondo - magro, fremente e con le zampette di un avventuriero - si inerpica saettando tra gli interstizi e non indugia mai in nessun luogo; perché non ha tempo da perdere, perché ogni fantasia che riguardi la sosta in un rettangolo di terracotta mortifica il suo spirito prima ancora che la sua carne. La sua scelta è la soglia, il continuo divenire, la possibilità che non si coagula mai nella realizzazione.

Infine c'è il progetto Illuha, combo nippo-tedesca che di quel secondo insetto racconta il viaggio: tre lunghe composizioni che si snodano negli "Interstices" di un ambient in bilico tra consuetudini droniche e dissonanze elettroacustiche.

I primi due terzi del disco sono un piccolo miracolo di equilibrio dove tutto è recipiente e tutto è contenuto, tutto conduce e tutto è condotto, tutto è interstizio e niente è mattone.

Una specie di linea d'orizzonte in cui refoli sublunari al laptop elevano microsounds provenienti dal mistero della Madre Terra, in cui arpeggi acustici degni delle tribolazioni di un Machinefabriek strafatto d'eroina attribuiscono una sfumatura terrena alla trascendenza di sommessi bordoni d'organo, in cui timidi accordi di un pianoforte intriso di spleen scrutano di sbieco i silenzi dell'irraggiungibile Ideale, in cui persino lo straniamento brechtiano prodotto da una poesia declamata in giapponese non ruba completamente la scena ma si fonde con il vuoto pneumatico di una bonaccia elettronica.

Un sound formicolante e insieme delicato che elargisce stoccate in punta di fioretto e che - se ha come padre nobile la ricerca organica di un Robert Rich - trova la sua affinità elettiva più profonda in "Faint", capolavoro di Taylor Deupree pervaso da un uso e abuso del field recording che soppianta quasi in toto le increspature di elettronica pura.

L'ultimo terzo del disco - dominato da una sintetica volta siderale - è forse il più démodé, ma noi dobbiamo immaginarci quell'insetto ormai arrivato alla sommità del muro e che da lì stia semplicemente considerando quali altre vie percorrere, quali altri labirinti scardinare, quante altre energie gli rimangono nelle zampette, quale altro senso trovare nel percorso di una vita intera.

Disperatamente in limine e perso, ancora una volta, in un altro interstizio: quello che separa la trascendenza dall'immanenza.

Gli Illuha ci riproveranno l'anno successivo con "Akari" in cui, al netto di una produzione sontuosa e di alcune carezze al pianoforte particolarmente azzeccate, rimane ben poco della magia di "Interstices" dove l'urgenza di una storia da raccontare costituiva il focus del disco.

Come se, infine, avessero scelto una mattonella entro cui incasellarsi: l'astrazione spinta. Un'avanguardia troppo spesso fine a sé stessa che portando all'estremo - quando non sono rimasticate - le intuizioni di "Interstices" destruttura ogni anelito di vita polverizzandolo nell'etere.

Come se tendendo ossessivamente al "nuovo" avessero dimenticato che l'accento, il gesto, il mood inaspettato e vitale sia la conseguenza (e non la causa) di una genuina ricerca del sé e che, dunque, come ha indicato una volta per tutte Umberto Saba: "bisogna essere originali nostro malgrado".

Una cosa è certa: una vita negli interstizi è una vita dura.

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