[Contiene anticipazioni della trama]
Non ci sarebbe cosa più sbagliata di interpretare l'ultimo di Takahata secondo i canoni della morale e della filosofia occidentale. Così facendo potrebbe sembrare che la vicenda della principessa finisca male, con il ritorno obbligato della protagonista sulla Luna. Ma la favola da cui è tratto il film è antichissima ed è sicuramente portatrice di valori profondamente orientali. In questo senso si può forse leggere tutta la storia in chiave taoista, come una favola morale che esemplifichi un concetto molto vicino al Tao.
È nei minuti finali del film che si individua la chiave di lettura, quando la principessa si rende conto che la vita è sia gioia che dolore, che avrebbe dovuto accettare entrambi perché l'alternativa è la non-vita, la dimenticanza del ritorno alla Luna.
Il film è particolarmente difficile da interpretare per questo motivo: tutto ciò che viene mostrato per circa due ore ha la sua smentita in poche frasi fugaci del finale. È lì che la principessa comprende il suo errore, cioè quello di lamentarsi a tal punto della sua condizione da chiedere di tornare sulla Luna, in sostanza il corrispettivo favolistico di preferire la morte ad una vita difficile. Eppure per lunghi tratti ella ha sopportato pazientemente, ma basta un cedimento alla disperazione per infrangere l'equilibrio del Tao. La vita va accolta in ogni suo aspetto, non si può sperare in un'esistenza di pura gioia.
Da questo punto di vista filosofico religioso la pellicola è tutt’altro che netta: si potrebbe leggere il finale anche in modo antitetico, laddove la figura regale che viene a prendere la principessa sulla nuvola venga interpretata come una sorta di Buddha. In questo caso si potrebbe leggere tutta la parabola esistenziale della giovane come un esempio di quanto la vita sia un progressivo macchiarsi, anche per gli animi più puri. Nello specifico la macchia della principessa sarebbe quella di non saper amare, di non «diventare la proprietà» di nessuno, nemmeno dell’imperatore.
Ma il film è anche molto altro. Mettendo da parte le letture simboliche, è evidente la ricchezza di contenuti e spunti. Abbiamo innanzi tutto un romanzo di formazione speciale, che dipinge tutti i passaggi fondamentali dalla nascita alla maturità con una sensibilità che lascia incantati. C’è anche tutta una dimensione familiare in cui il padre rappresenta l’ambizione più miope, incapace di leggere i sentimenti della figlia, attento solo a ricevere onori progressivamente sempre più alti. Ma la sua non è cattiveria, è ingenuità e troppo amore per la figlia. La sua volontà di garantire alla principessa la vita che si merita è talmente forte e impulsiva che lo rende incapace di leggere in modo sensato qualsiasi situazione. Figura opposta e complementare (anche qui c’è un po’ di Tao) è la madre, che comprende e cerca di dare sfogo ai sentimenti della figlia adottiva.
I due profili genitoriali hanno rimandi in altre coppie oppositive: la città contro la campagna, la vita dinamica contro l’immobilità assurda di una damigella, e poi i momenti di ribellione della principessa contro le sue fasi di accettazione totale delle imposizioni. Tutti questi contrasti si risolvono, a mio parere, in una delle ultime frasi della protagonista, quando si rende conto che la vita è gioia e dolore. Per questo tendo a prediligere la lettura taoista della favola, per quanto essa sia di origine giapponese e non cinese.
Insomma, un film davvero ambizioso, che dal punto di vista estetico sfrutta in modo impeccabile ogni elemento in gioco. Lo stile figurativo è scarno, essenziale, e rimanda ad un'arte pittorica antica, sacra nella sua semplicità. Le forme stilizzate concorrono a dare un respiro leggendario e allegorico alla vicenda. I volti non sono troppo caratterizzati perché essi sono degli esempi che possono essere ricondotti alla vita di ciascuno.
Le musiche e le canzoni incantano, ci danno una chiave di lettura affascinante di questa antica società giapponese: il rigore dell’educazione si concretizza anche nell’arte di suonare strumenti in modo magistrale. Insomma, la vita nella capitale non è solo costrizione sofferente. Il ciliegio fiorisce anche lì. Dominante è tuttavia la lettura critica di questo mondo antico, soprattutto attraverso le figure dei cinque pretendenti alla mano della giovane. Ma anche in quel caso non si scade nel manicheismo: alcuni sono disonesti, ma altri hanno invece un cuore puro e tentano davvero le imprese che sono state richieste loro.
Il film è d'una verbosità volutamente eccessiva, che richiama la sua origine antica attraverso il linguaggio ostentatamente forbito di alcuni personaggi. Ma quando è necessario colpire lo spettatore la principessa sa usare le parole giuste che toccano direttamente il cuore. Sì, alcuni momenti sono davvero toccanti. Takahata sa farci emozionare, è maestro nell'affascinate il pubblico con elementi semplici e poi farlo soffrire attraverso il dolore di personaggi purissimi e senza macchia (Una tomba per le lucciole). Qui il dolore è metafisico, è il venire ontologicamente meno della possibilità di esistere per come la intendiamo noi. La principessa allontanandosi sulle nuvole lunari non prova più dolore, ma il suo volto è pietrificato nell'assenza di sentimenti, e quindi anche nell'assenza di gioia che invece, seppur per brevi momenti, era una possibilità sempre aperta durante la sua vita terrena.
Carico i commenti... con calma