Copertina di Jawbreaker Bivouac
Mr.Black

• Voto:

Per appassionati di musica alternativa, fan dell’emocore e punk anni '90, giovani adulti interessati a testi profondi e introspezione emotiva.
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LA RECENSIONE

"She leaned down and kissed my cheek. I was scared but it felt sweet.

She asked me if I had a name,
I told her I was glued up on some chick.
We sat and smoked against the wall,

Drank a beer, felt the chill of fall."

Sono passati due anni da quando pubblicai la recensione di 24 Hour Revenge Therapy ma ancora nessun'altro si è deciso a "riesumare" uno dei quattro disconi pubblicati dai Jawbreaker fra il 1990 e il 1995. Ognuno dei quattro dischi notevole per un motivo o per un altro, i Jawbreaker sono una delle band emocore che sono riuscite a mio avviso meglio a unire sonorità per l'appunto punk a tematiche visceralmente personali. Il cantante/chitarrista/scrittore di tutti i testi Blake Schwarzenbach riesce a smuovere nel profondo con i suoi testi di nera poesia metropolitana, spesso facendo i conti con la depressione che cita più volte nelle proprie canzoni. Fa sorridere come il batterista della band, Adam Pfahler, in una recente intervista dichiari che i Jawbreaker sono più seguiti e famosi ora che quando erano insieme; il culto di questa band è cresciuto con il tempo, ed è arrivato a toccare i timpani di gente che come me che all'epoca non era nemmeno nata.

Questo Bivouac è probabilmente l'album dai toni più cupi e duri della band, tenendo comunque conto che ognuna delle loro opere ha una catarsi sempre più viscerale con lo scorrere dei minuti: in ogni caso non si scappa davanti alla lacrimuccia e al riflettere su ciò che siamo.

Si passa da pezzi dall'incedere esasperato come "Shield your eyes", a momenti più soffusi come "Sleep" passando per la bellissima "Chesterfield King", una canzone/racconto d'amore narrata con grande originalità; scordatevi la solita dedica scontata all'amata ma preparatevi ad una e vera propria storia decisamente particolare. Il pezzo più ironico dell'album è senz'altro "Tour Song", canzone che parla dal punto di vista della band di un concerto dove tutto va storto, dalle corde della chitarra che si spezzano ogni due minuti al pubblico che non fa altro che gridare insulti senza nemmeno conoscere il nome del gruppo. L'album si conclude con la title-track "Bivouac", pezzone di dieci minuti, disperato, quasi cacafonico, un ultimo perfetto tassello per questo album che è un vero proprio viaggio oscuro nel mondo di questi tre giovani ragazzi americani. Sono profondamente indeciso fra le quattro o le cinque stelle ma calcolando che lo stesso anno facevano uscire il magnifico singolo "Kiss the bottle" me ne fotto e gli do un bel 5. Amen.

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Riassunto del Bot

Bivouac dei Jawbreaker è un album che unisce sonorità punk a testi poetici e profondi, trattando temi come la depressione con intensità emotiva. L'opera, considerata la più cupa tra i loro lavori, esplora storie d'amore e difficoltà della vita on the road con originalità e sincerità. Il culto della band è cresciuto nel tempo, raggiungendo anche chi non li ha vissuti all'epoca. Un disco consigliato agli amanti di musica alternativa e emozionale.

Tracce testi video

Jawbreaker


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