Che scrivere di questo decimo disco di carriera del nostro chitarrista paisà, che non sia già stato considerato nelle precedenti rece? Ad esempio che a proposito di oriundi specializzati a pizzicar corde, Bonamassa non è certo il primo: mi vengono in mente il siculo Frank Zappa, lo psichedelico John Cipollina dei Quicksilver ecc. ecc., quel Jimmy Crespo supplente di Joe Perry negli Aerosmith, lo sfortunato folksinger Jim Croce cascato con l’aereo, il maestro del riff Tony Iommi, il Duraniano Warren Cuccurullo, il plettratore furioso Al Di Meola, il peperoncino John Frusciante, il vanhaleniano Vito Bratta dei White Lion, lo speedy gonzales John Petrucci, l’esperto Joe Satriani, il metallaro Mark Tremonti degli Alter Bridge, il virtuoso Steve Vai e… basta, ho esaurito la memoria.

Undici brani nell’occasione, dei quali solo quattro partoriti direttamente dal titolare del disco. Per gli altri sette le royalties vanno, per quanto riguarda gli “antichi”, al seminale Robert Johnson, al maestro Howlin’ Wolf ed al caposcuola Willie Dixon. Per quanto riguarda la bella gente un tantino più contemporanea omaggiata dal chitarrista newyorkese, qui abbiamo cover di Bill Whiters passato a miglior vita giusto l’anno scorso, del tenebroso Tom Waits (stavolta “New Coat of Paint”), di Bernie Mardsen di appartenenza Whitesnake ed infine della gloria australiana Jimmy Barnes il quale, oltre a fornire il riciclo della sua “Too Much Ain’t Enough Love”, vi presta anche la sua proverbiale raucedine, interpretandola colla solita potenza in qualità di ospite.

La mia preferita è però “Heavenly Soul” dello stesso Bonamassa, in virtù di una melodia particolare e molto agganciante, nonché di un gran lavoro di mandolino in certi punti.

Stavolta sto stretto col giudizio: tre stelle e mezza per quest’opera del 2012 dello stakanovista del rock blues per eccellenza.

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