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Joe Bonamassa
The Ballad of John Henry

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Voto:

Bonamassa col pilota automatico: un disco all’anno a suo nome (e presto arriveranno quelli con la grintosa Beth Hart, e quegli altri coi didascalici Black Country Communion di Glenn Hughes e Jason Bonham), più una duecentina di concerti fra l’uno e l’altro, generosamente documentati da frequenti pubblicazioni di live album… l’uomo sembra avere energie infinite, da dedicare tutte all’esternazione della sua enorme passione per la musica e per la chitarra.

Qui siamo ancora nel 2009 e questo suo settimo lavoro di studio concede alle composizioni autonome un tantino più di spazio: stavolta son sette su dodici. Gli illustri colleghi del passato più o meno prossimo presi in considerazione per il consueto trattamento Bonamassa, ossia ritmiche maschie e chitarre di ogni specie, si chiamano nell’occasione Tom Waits, Sam Brown (biondissima blue-eyed soul singer), Michael Bublé (!!!... dev’essere il produttore Kevin Shirley a suggerirgli questi brani out of the box, per divertirsi a vedere quanto il suo cliente riesca a stravolgerli e farli propri…), Ike & Tina Turner e Tony Joe White.

Bene, il brano migliore dal mio punto di vista s’intitola “Happier Times” ed è un esteso lamento nei confronti di una donna con cui si è recentemente lasciato. Il cuore a pezzi ispira all’occhialuto Joe una squisita melodia, quasi ipnotica, ed un altrettanto toccante assolo di chitarra sublimato da accesissime, prorompenti rullate del suo eccellente batterista di fiducia, tal Anton Fig di cui molti di noi conoscono la faccia e la bravura, visto che stava nell’orchestra di Paul Shaffer, direttore musicale del David Letterman Show.

Un'altra perla del disco, questa un poco più per gli addetti ai lavori, è lo strumentale “From the Valley”, eseguito bravamente su di una chitarra resofonica, ossia una normale chitarra acustica ma con la pancia di metallo, che rende il suono più potente e penetrante, oltre che peculiare. Bonamassa la suona da padreterno, con tutta la sensibilità e l’attenzione alle sfumature di cui è capace, Shirley vi aggiunge un riverbero favoloso ed il gioco è fatto: si gode, per quanto mi riguarda.

Stavolta non la faccio lunga e non segnalo altro, di questo al solito interessante lavoro del paffuto talento americano della chitarra, del blues e del rock. Vale le classiche quattro stelle tonde.

Commenti (Due)

Stanlio
Stanlio
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Recensione:
"Trattamento Bonamassa" non è per niente male come termine per quel gran coverizzatore quale Joe s'è ampiamente dimostrato.


ZiOn
ZiOn
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Recensione:
Ma quanti dischi ha fatto questo qui? Devo dire che ho guardato qualche video su YouTube e lo trovo più simpatico di altri guitar-hero. Ci mette sicuramente più passione, anche se le sue composizioni non brillano per originalità e mi paiono scopiazzature belle e buone di brani blues/rock del passato. Tu bravo e complimenti per l'ostinazione.


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