Hai raggiunto quell’età lì, quell’età nella quale ti senti non solo forte, ma invincibile e soprattutto speciale. Sei nel pieno della tua giovinezza e tutto ti sta troppo stretto. Mentre sei lì che sbarchi il lunario ti rendi conto che non puoi accontentarti di tanta normalità e mediocrità. E così un pensiero va verso un nuovo inizio, dove tutto è più facile e dove c’è posto per le aspirazioni di ognuno. I soldi, la fama, il successo, per una vita che merita davvero di essere vissuta. C’è chi molla tutto e va in Australia, c’è chi va dall’altra parte del Paese perché non vuole andare dall’altra parte del mondo, c’è chi abbandona un lavoro sicuro per fare quello che gli piace fare davvero.
Joe è un finto cowboy. È uno stupido romantico che non ha ancora capito come gira il mondo. Si crede un vero stallone ed è questo quello che vuole fare nella vita. Decide di prendere un autobus dal Texas per andare a New York City. Si sente talmente sicuro di sé che è certo che le donne metropolitane faranno la fila per portarselo a letto e coprirlo di filigrana. Impazziranno per il suo cappello, i suoi stivali e la sua aria da finto vaccaro e da vero uomo.
«Mi scusi, signora, mi sa dire dove si trova la Statua della Libertà?»
Scherzavo signora, sono io la tua Statua della Libertà e puoi scoparmi fino al midollo per la modica cifra di 20 dollari.
Joe prende cazzotti per tre quarti della pellicola ma, come ho già detto, è uno stupido romantico. I romantici sono tristi e malinconici, gli stupidi sono anche ottimisti e provano sempre a rialzarsi. Più li pesti, li derubi, li umili e più ci danno dentro, e al primo magro successo si rianimano di quelle insulse speranze iniziali. John Voight riesce a impersonare bene questo personaggio pieno di passione ed energia che è, per molti versi, ancora un bambino.
La figura centrale non è Joe, perché quello che farà crescere il nostro finto cowboy è "Sozzo". Un lurido e marcio italo americano interpretato in modo impeccabile da Dustin Hoffman in stato di grazia. Questa untuosa, meschina e perfida figura sta morendo annegata nel suo catarro e nel suo fetido sudore che attraversa la telecamera, ci nausea e ci avvolge. Si aggrappa disperatamente a Joe, prima derubandolo facilmente e poi sfruttandolo. In due ci sono più possibilità di passare l’inverno e poi fare un’ultima cavalcata verso la salvezza. Verso il sud.
Un film del genere non può finire bene, ed è giusto che sia così. Su quell’ultimo tragitto in autobus Joe rinsavisce e capisce che "Sozzo" una volta era come lui. Era un disilluso che è franato di faccia, si è indurito all’impatto con la realtà e ha capito troppo tardi che gli incredibili colpi di fortuna che ti cambiano la vita si chiamano così per un motivo.
Perché non capitano mai.
Un utilizzo frenetico degli zoom, da parte del regista John Schlesinger, rende perfettamente il caos della Metropoli statunitense con la emme Maisucola. In modo particolare nelle scene di sesso, di violenza, di paura e dolore che caratterizzano in modo preponderante questo film. La macchina da presa è instabile, quasi fosse ubriaca e ciondolante, e questo riflette la dissoluzione del sogno americano di Joe. Il colore poi si accende e si spegne come se fosse un interruttore, in modo innaturale e allucinato. La luce della fotografia è cruda e secca, e ci addentriamo nella miseria e nello sporco che ci si appiccicano addosso.
Io credo che questo film sia un vero gioiello, gemello siamese del ben più famoso e balsonato "Easy Rider".
P.S. Vincitore di tre premi Oscar (regia, film e sceneggiatura non originale). È la prima pellicola a vincere il premio come miglior film nonostante, al momento dell'uscita, fosse vietato ai minori.
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Altre recensioni
Di DanteCruciani
"Un uomo da marciapiede resta uno dei più bei film di quegli anni insieme a Easy Rider e Il Laureato."
"La chiusura di questo film è una delle più belle perle di sempre."