Si sa, anche i più grandi sbagliano, ed in sedici anni di carriera i Killing Joke non avevano mai prodotto un album che potesse veramente definirsi trascurabile e non all'altezza del grande nome del gruppo; era destino che prima o poi il mito dovesse cadere e la capitolazione arriva nel 1996 con "Democracy": il titolo è di quelli interessanti, che dice tutto e non dice niente, suscita curiosità ed aspettative, la copertina è veramente bella. Ahimè, non altrettanto si può dire sul contenuto dell'album: per la prima volta si possono usare termini come stanchezza, riflusso, mestiere, poca incisività, riferendosi ai Killing Joke: si, questa recensione sarà una stroncatura, ragionata, argomentata, soppesata ma netta ed inequivocabile.
Ho già parlato dei due album antecedenti a "Democracy", ovvero "Extremities..." e "Pandemonium": due dischi diversi tra loro, accomunati da una grande potenza espressiva e musicale, il primo lo considero un capolavoro senza mezzi termini, il secondo un prodotto di classe elevatissima, peccato che con "Democracy" questa grande forza sonora si dissipa come neve al sole. Occorre ricordare che, a sedici anni dall'esordio i Killing Joke sono ormai un gruppo "di mezza età"; l'ispirazione non è più continua e torrenziale come agli albori, e i due anni che separano "Democracy" da "Pandemonium" sono forse un arco di tempo troppo breve, insufficiente per ricreare per l'ennesima volta premesse favorevoli e positive. Fatto sta che il risultato finale è un album spento, vuoto, poco ispirato e quasi mai incisivo. Non basta un singolo potenzialmente di buon impatto, accattivante e melodicamente ben concepito come "Democracy" per salvare la situazione. Esaminando le lyrics, componente sempre essenziale ed imprescindibile di ogni lavoro dei KJ si riscontra una minor coesione rispetto agli episodi precedenti; presi singolarmente sono sempre bei testi: affascinanti, poetici, caratterizzati da immagini e metafore evocative ed immediate, ma non c'è un'idea di fondo, un trait d'union: critica sociale, celebrazione della natura, sentimenti, anche un po' di ottimismo; è una raccolta di bei sonetti sparsi più che un poema epico come lo erano i suoi predecessori.
Comunque la vera nota dolente di "Democracy" è ovviamente l'aspetto musicale: titletrack a parte i picchi (collinette) più alte si riscontrano in episodi come l'iniziale "Savage Freedom", in cui si apprezza il corposo riff di Geordie Walker, per il resto molto in ombra in questo sfortunato album e il basso del sempre ottimo Youth, l'estatica "Lanterns", dal cui orecchiabilissimo refrain si irradiano luci di speranza e l'atmosfera di malinconia e smarrimento di "Pilgrimage" con il suo ipnotico ritmo tribale, forse la perla dell'album il che è tutto dire, perché si tratta pur sempre di buoni episodi di mestiere, che in "Pandemonium" sarebbero stati nulla più che dignitosissimi filler. Il resto di "Democracy" è tutto un continuo girare a vuoto: "Aeons" cerca di replicare le atmosfere trance, il groove ossessivo di "Mathematics Of Chaos" senza averne minimamente la potenza evocativa e la virulenza sonora: roba già sentita in pratica, e così si possono sintetizzare tutti gli altri episodi: "Prozac People", "Absent Friends", "Another Bloody Election"; "Intellect" quantomeno avrebbe un bel groove ballabile, ma la piattezza della melodia rovina tutto, "Medicine Wheel" con il suo flauto di Pan iniziale sembra colpire nel segno con la sua atmosfera etnica, evocativa ma si tratta un fuoco di paglia, appena inizia la canzone vera e propria si ricade nel vuoto.
La stanchezza è evidente e palpabile, soprattutto in Geordie Walker che non a caso si dichiarerà insoddisfatto senza mezzi termini della riuscita finale dell'album, anche Jaz Coleman non è esente da colpe in quanto il suo cantato si rivela decisamente troppo monocorde, troppo sbilanciato verso il lato gutturale della sua voce che soffoca completamente quello più pulito, stili che in "Extremities..." venivano perfettamente dosati ed alternati a dispetto della pesantezza ben più sostenuta di quell'album rispetto a "Democracy", Martin "Youth" Glover è ottimo ed ineccepibile come al solito, ma da solo non basta. Pochissime idee e pure confuse, le uniche "novità" caratterizzanti sono riconducibili a pochissimi arpeggi acustici, tra cui quello della titletrack, per il resto mediocre riciclaggio. Per lo Scherzo Assassino è arrivato il momento di un lungo letargo, e qui si chiude il mio piccolo viaggio nella storia di questa band straordinaria: si chiude con un episodio non certo entusiasmante ma è stato un piacere poter raccontare questo periodo artistico sottovalutato e comunque fiorente nella storia di un gruppo che alla musica ha dato tantissimo, e non sarà certo un "Democracy" ad intaccare un blasone "semper imitatum, numquam idem".