Non è come recensire un disco di Povia, ma a suo modo è coraggioso parlare dei Kingdom Come e soprattutto di questo loro primo e controverso disco d’esordio.
So quindi di espormi a una potenziale valanga di critiche, ma questo non è e mai sarà un problema. Mi piace discutere di musica e so benissimo che anche le polemiche fanno parte del gioco. Sicuramente avrete buttato un’occhio alla valutazione che ho dato a questo lavoro e quindi già sapete come la penso.
E’ innegabile che un’opera di questo genere possa dividere i nostalgici del Dirigibile, ma in tutta sincerità trovo difficile che un appassionato di musica rock possa affermare, con altrettanta franchezza, che questo non è un buon disco. Suggerisco invece a tutti quelli che non lo conoscono di abbandonare ogni pregiudizio prima di ascoltarlo.Certo, perché se è vero che il leader e frontman Lenny Wolf ha un timbro sensuale ed esteso come pochi, è altrettanto evidente che il nostro cotonato cantante abbia passato la propria gioventù a scimmiottare le gesta di Robert Plant e degli Zeppelin.
C’è addirittura chi ha affermato che se questi ultimi avessero potuto proseguire la propria carriera avrebbero suonato proprio come i Kingdom Come. Ma si sa, a volte i critici musicali badano più alla spettacolarizzazione dei propri giudizi che alla sostanza. In realtà è proprio il sound ad essere l’unico vero elemento distintivo di questa band. Un suono fresco e robusto, dominato dalle chitarre decisamente heavy della coppia d’asce formata da Danny Stag, alla solista, e da Rick Steier, alla ritmica. Il merito è probabilmente anche di una produzione di altissimo livello di un allora emergente Bob Rock.
E’ però passando al songwriting che il gruppo dimostra la propria forte derivazione, che risulta particolarmente accentuata nei singoli “Get it on“ e “What Love Can Be”. La prima è un granitico brano di matrice seventies, il cui riff portante richiama le mistiche ed orientaleggianti atmosfere di “Kashmir”. La seconda invece sembra una rilettura in chiave moderna della mitica “Since I’ve Been Loving You”. Un blues lento e sofferto, trascinato dall’ugola calda e passionale di Lenny che a tratti arriva a sfiorare vette inesplorate. Un turbinio di emozioni ci assalgono e ci lasciano quel retrogusto nostalgico che vorremmo continuare a riassaporare ancora, ed ancora. Al di là dei chiari riferimenti, mi sento di poter affermare che questi sono due brani splendidi. Ma il resto del disco non è assolutamente da meno. Le cavalcate hard di “Living Out of Touch” e “Pushin Hard” mettono in evidenza una sezione ritmica stratosferica. Il drumming possente di James Kottak e il basso incalzante di Johnny B. Frank creano il perfetto tessuto per le peripezie vocali del singer, che riesce a passare dai vocalizzi pacati alle urla più disperate con un’invidiabile facilità.
La dolce ballad “Loving You”, con il suo arrangiamento elettroacustico, ci riporta in territori zeppeliniani e alla loro Battaglia di Sempre. La band riesce comunque ogni tanto a staccarsi da queste pesanti influenze e a proporre dei piccoli gioielli di hard rock melodico come “Now Forever After” e “Hideaway”, decisamente più moderne e personali.
“Kingdom Come” esce nel 1988 e riscuote un clamoroso successo, vendendo più di un milione di copie. Il gruppo però viene investito da critiche eccessive ed ingiustificate sull’originalità della proposta. Come se il recupero di certe sonorità fosse una “colpa” e per giunta di loro esclusiva. Dopotutto in quegli anni uscirono dischi come “1987” dei Whitesnake, “Badlands” del gruppo omonimo, nonché “Once Bitten…” e “… Twice Shy” dei Great White, tutti legati a doppio filo al Dirigibile.
Non è comunque mia intenzione farvi perdere ulteriore tempo o scervellarmi sull’incomprensibile metro di certa critica. In fin dei conti non è il successo a definire la bellezza della musica. E allora lasciate ogni speranza voi che vi apprestate ad ascoltare questo disco. PLAY.