Kurt Vonnegut è stato la mia ancora di salvezza, tanto che, negli ultimi vent’anni, l’eco della voce narrante la storia del Mattatoio n. 5 è risuonata talvolta nei meandri della mia mente. Ironica in modo confortevole, satirica in modo naif. Ribaltatrice di prospettiva, spiazzante.

Leggendo Ghiaccio-Nove non l’ho ritrovata, leggendo La colazione dei campioni ovvero Addio triste lunedì sì. Camuffata sotto un falso padrone, l’ho incontrata di nuovo, intenta a narrare una nuova storia.

Il narratore del romanzo è Philboyd Studge, alter ego dell’autore; i protagonisti sono Kilgore Trout, uno scrittore emarginato, e Dwaine Hoover, un imprenditore che sta dando di matto. Il tempo del racconto è una sola giornata e il luogo è principalmente Midland City, un’anonima città nel bel mezzo degli Stati Uniti.

La trama si sviluppa intorno al Festival delle arti di Midland City, nel bel mezzo degli Stati Uniti. In questa città, all’inizio degli anni sessanta, si incontrano, oltreché il narratore, i protagonisti del romanzo.

Essi sono due uomini bianchi, ormai in là con gli anni. Trout è un prolifico e stralunato autore di romanzi di fantascienza. Se all’inizio della storia è un nessuno e crede che la propria vita stia finendo, alla fine si renderà conto che si sbagliava. Mentre lui percorre la strada verso Midland CIty, in quella città Hoover inizia a dare di matto contro i suoi dipendenti.

Terminato il viaggio, la trama ci mostra come la fervida immaginazione di Trout, che è ormai arrivato in città, agisca nella mente già instabile di Hoover. Essa ha messo su carta una romanzo dal titolo Ora si può dire, composto da un’unica lunga lettera, nella quale il Creatore invia una lunga lettera all’unica creatura dotata di libero arbitrio sulla Terra per confidargli che tutte le altre creature non sono altro che macchine programmate per fare questa e quest’altra cosa. Hoover, che scambia Trout per un messaggero, crede al messaggio di questa lettera e agisce di conseguenza.

Anche Philboyd Studge, il narratore, è presente in questo momento. Ci aveva detto di volersi ripulire il cervello attraverso questo romanzo:

"Sto cercando, almeno credo, di ripulirmi il cervello da tutte le cianfrusaglie che lo ingombrano: buchi di culo, bandiere, mutande. Sì, questo libro contiene anche il disegno di un paio di mutande. E voglio sbarazzarmi anche dei personaggi di altri dei miei libri… Credo che proverò a svuotarmi la testa finché non diventa com’era quando nacqui su questo pianeta sconquassato cinquant’anni fa."

Così, mentre ha narrato questa storia, ha potuto divagare su tutte le merci e i feticci che i nostri hanno incontrato fisicamente e nella loro mente durante le loro peripezie. Lo fa, spiegando tutto e spesso disegnando; questo perché Vonnegut, il suo creatore, era rimasto turbato dall’avvento della televisione e aveva voluto rendere i suoi scritti più “visivi”. Infatti egli aveva pensato che, attraverso questi disegni, i lettori (soprattutto i quaranta milioni di analfabeti american), mentre avrebbero guardato rappresentate un paio di mutande, non avrebbero avuto problemi a riconoscerle e nel pensare tra sé e sé mutande, e, forse, non avrebbero abbandonato il libro per guardare la televisione.

Il risultato di tutto ciò è favoloso e surreale, l'effetto è straniante.

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