Siamo nel 1996, e un gruppo, che era stato per anni la colonna sonora della difficile situazione della ex Jugoslavia, fino alla caduta del muro di Berlino, decide di aggiungere alle sonorità sperimentate fino ad allora una forte componente Heavy Metal.
Il gruppo in questione è quello degli sloveni Laibach, e per questo insolito tentativo di sperimentazione hanno deciso di tirare in causa nientemeno che il famosissimo musical dall'omonimo titolo diretto da Norman Jewison.
Musicalmente l'album è un mix di batteria elettronica, sintetizzatori, tastiere, arrangiamenti e ritornelli tipicamente Industrial, e Heavy Metal canonico. Questa miscela, però, non è prettamente omogenea, poiché il gruppo, nella maggior parte delle tracce, conserva le sue radici elettroniche, mentre solo in alcune sviluppa (riuscendoci egregiamente) la sua attitudine (mai fino ad allora espressa) HM. L'eclettico disco inizia con "God Is God", che, a conferma di quanto detto pocanzi. La canzone si mantiene sui canoni tradizionali Industrial, con il ritmo scandito dalla ogni presente batteria campionata (sarà "abbandonata" solo in un paio di canzoni); la voce del cantante è gutturale e volutamente atona, mentre si nota subito il marcato utilizzo di cori femminili e maschili (verranno usati spesso nel corso del disco).
Sopraggiunge la title-track, che riprende il testo originale del musical; a mio avviso il pezzo più riuscito dell'album: anche se privo di inserti metallici, scorre facilmente, cadenzato dai battenti sintetizzatori e dal pianoforte (soprattutto nel finale). La, a mio avviso, trascurabile "Kingdom Of God" rappresenta il punto di passaggio tra le prime canzoni (di matrice elettronica) e le metal-song di questo album (nel finale la canzone accelera con il supporto delle chitarre). "Declaration of Freedom" e "Message from the Black Star" sono, a tutti gli effetti delle tracce Industrial Metal (nella concezione più moderna del termine): ai sintetizzatori Kraftwerkiani si sovrappongono chitarre affilate che producono riffs di stampo Thrash, e il risultato ottenuto è davvero ottimo. Dopodiché arrivano "The Cross" (cover di Prince), caratterizzata da un andamento Techno, l'inquietante "To The New Light" e, per concludere, lo strumentale "Deus Ex Machina", apocalittico come pochi, che termina con una improvvisa decelerazione, che ci ricorda i Throbbing Gristle più ispirati.
Questo CD assume un gran valore all'interno della discografia del complesso artistico (ho scoperto da poco che si occupa anche di arti figurative), e un importante tassello nell'ormai famoso genere che si interseca tra Elettronica e il Rock (nell'accezione più ampia del termine).