Molti conoscono l'insigne scuola cantautoriale genovese. Meno conosciuto, ma altrettanto valido, è il circuito di rock progressivo che si sviluppò nel capoluogo ligure all'inizio dei '70, grazie a gruppi come i New Trolls, i Gleemen (poi Garybaldi), i Picchio dal Pozzo, i Delirium, gli Osage Tribe, i Duello Madre, i J.e.t., la Nuova Idea, gli Ibis e i Latte e Miele. Sono proprio questi ultimi gli autori del disco di cui vi andrò a parlare.

I Latte e Miele nascono nel 1971 grazie anche all'interesse di Nico di Palo dei New Trolls e si assestano come trio, sul modello di ELP e Orme, attorno a Marcello Giancarlo Dellacasa (chitarra acustica e elettrica, violino, basso, cori), Oliviero Lacagnina (piano, organo, mellotron, clavicembalo, celeste, Moog, voce) e il giovanissimo Alfio Vitanza (batteria, bonghi, timpani, percussioni varie, flauto, voce).
L'anno successivo vede la luce il loro primo lavoro, un impegnativo concept album sulla Passione di Cristo secondo l'evangelista Matteo, con trasposizione integrale dei testi originali nel recitato e con adattamento degli stessi nel cantato (è bene ricordare in proposito che una tematica "cristiana" è trattata anche ne "La Bibbia" del Rovescio della medaglia).

Meno evidente, ma tuttavia presente, è l'influenza dell'inerente opera di Bach, se non altro per gli arrangiamenti barocchi, che insieme a costanti tocchi jazz, a intarsi di folk medioevale e ad una componente rock di matrice emersoniana, fanno di questo lavoro un piccolo gioiellino prog-sinfonico, coraggioso e particolare.
Il disco, nelle sue 13 tracce, va a narrare delle vicende di Gesù dall'ultima cena fino all'ascesa al Golgota, anche se a causa della frammentarietà delle tracce e dell'assenza di suite progressive nella comune accezione del termine, pecca di disomogenità e assottiglia il filo conduttore mastice di un concept; alcuni riempitivi strumentali, come in "I testimoni", sono purtroppo accomunabili con la maggior parte della scena prog italiana del tempo.

Non mancano però i momenti degni di nota, come la parte jazzistica che chiude la prima facciata ed apre la seconda, gli enfatici cori ecclesiastici (dove sicuramente c'è la mano del produttore del trio, un ex cantante lirico), il connubio strumentazione heavy/cantato jazz in "Giuda", interessanti spunti di chitarra, fughe d'organo che denotano una certa bravura tecnica ("Il Calvario", ispirata alla "The Three Fates" degli ELP ), un ponderato uso dello studio di registrazione.
La conclusiva "Mese di Maggio" è una bonus-track leggermente più pop rispetto al resto del disco.
"Passio secundum Mattheum" sarà anche presentata al Teatro Pontificio Oratorio di San Pietro in Vaticano nel 1973.

Se non si è puritani e non si storce il naso dinnanzi a queste contaminazioni di sacro e profano, il disco risulterà molto piacevole.

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