E, tu, ci credi ancora in quella ciarla dell’”amore eterno”? In quella roba che strappa i capelli e perdona anche chi non t’ama, sì quella roba lì. Ci abbiamo creduto tutti. Poi capisci che il fuoco consuma tutto ciò che tocca, è 𝑑𝑆 ≥ 0, lo sai, quella fregatura dell’entropia: col tempo tutto va in vacca. Non importa quanta energia e fatica ci metti, anzi, più immetti lavoro nel sistema più aumenta il caos e il disordine. Però nulla si perde: tutto rimane lì, inutilizzabile, informe. E, nel nostro caso, “lì” – come beffa finale - è la memoria.
E’ una Legge fondamentale dell’Universo. La volontà di Dio, se esistesse un Dio.
- Neve
Per Helen Moore la memoria, il ricordo, è stata una prigione senza sbarre. Vedi, c’è un luogo dove i peccatori vanno a lavarsi i vestiti prima dell’ultimo viaggio. Per Helen, quel luogo era tra le panche di una chiesa metodista. Lì ha smesso di combattere con Dio e ha, finalmente, trovato il silenzio.
Fa sempre un freddo maledetto a NY d’inverno e, quando Helen incontrò Lee, faceva davvero un freddo fottuto e c’era un sacco di neve. E la neve, come vedremo, ha un ruolo centrale in questa storia. Helen era arrivata nella Grande Mela da Wilmington, che sta da qualche parte nel North Carolina, intorno al ’45 quando aveva solo 19 anni ma era già una vedova con due figli che crescevano da qualche parte.
E così la troviamo, in quella notte gelata del ’67, che aveva una quarantina d’anni e non era una donna da copertina, né un modello di vita da portare ad esempio, ma era una che, con la vita, di sberle ne aveva prese e ne aveva date. Era diventata, nei circoli jazz, “the little hip square” e, in mezzo a quella neve, appariva come l’angelo della salvezza.
- Di farfalle, tigri, scimmie e cani randagi
Chissà perché Helen era così attratta dai musicisti jazz? Li accoglieva, li aiutava, li tirava via dalla strada; il suo appartamento era un rifugio per musicisti in difficoltà, dopo la chiusura dei club, “Helen’s Place” era il posto dove scaldarsi e mangiare. Come la suite di Pannonica de Koenigswarter allo Stanhope Hotel. Ma Pannonica era una farfalla e, invece, Helen era una tigre.
Fino a qualche anno prima, Lee Morgan era uno che suonava la tromba come se avesse un diavolo che rideva, seduto al suo fianco a suggerirgli le note, aveva toccato il cielo con “The Sidewinder” e sembrava inarrestabile. Ma Lee aveva una scimmia sulla schiena che pesava quanto un contrabbasso. Era un tossico, uno di quelli che si trascinavano tutte le notti sulla Third Avenue. Il jazz non paga le bollette se passi il tuo tempo con un ago piantato nel braccio cercando di dimenticare che faccia ha il sole. Lee era ridotto uno straccio, si era venduto anche la tromba e il cappotto. Un fallito fatto e finito che si aggirava tra la neve in maniche di camicia.
In quel buio gli apparve Helen. Lei lo raccolse dal marciapiede come si raccoglie un cane randagio, lo portò a casa e lo ripulì dal fango del mondo. Poi scacciò via la scimmia dalla sua schiena a suon di sberle e minestre calde. Helen non divenne solo la sua compagna ma anche il suo altare e la sua armatura. Lei andò a ricomprare la sua tromba e gliela restituì, dicendogli: 'Suona, Lee. Il mondo ha ancora bisogno della tua luce'. E per un po', la luce tornò. Vivevano in quell’appartamento nel Bronx come due naufraghi che avevano costruito una zattera solida. Lei gestiva i contratti, lui gestiva la melodia.
- Ci vogliono 4 assi per fare un poker
Lee Morgan era un trombettista jazz fenomenale, il che significa che era pagato per trasformare il fiato in oro e tristezza. A soli 19 anni aveva già pubblicato il suo primo LP “Indeed”; aveva cominciato giovanissimo con Dizzy Gillespie e poi era entrato nei Jazz Messengers di Art Blakey e, Art, divenne presto sia il suo mentore che il suo pusher.
Ci vorrà un po’, quasi una decina di dischi e un sacco di concerti, ma tutti sapevano che quel ragazzo, prima o poi, avrebbe combinato qualcosa.
Quel “qualcosa” è “The Sidewinder”.
“The Sidewinder” viene fuori nel luglio 1964 ed è una miscela contagiosa di hard bop, blues, soul e funk che divenne un fenomeno culturale e introdusse il jazz a un pubblico più vasto. “The
Sidewinder” fu un raro successo pop crossover, che salì al n. 81 nella classifica “Billboard”, Hot 100 nel gennaio del ‘65. L’album rimase per settimane nella classifica Top LPs, raggiungendo il n. 25 il 9 gennaio 1965. “The Sidewinder” assicurò a Morgan un posto nella storia della musica. L’album fu inserito nella Grammy Hall of Fame nel 2000.
Il bassista Bob Cranshaw, raccontò che Lee compose la title track nei bagni dei Van Gelder Studios, con quell’assolo tutto costruito su di una sola nota. “Hard Bop” lo chiameranno, ma “Hard Bop” è solo una definizione come un’altra, comoda per critici e ascoltatori pigri.
Un simile successo, però, rischia di diventare una gabbia: tutti chiedevano a Lee un altro “The Sidewinder” e, invece, lui guardava da un’altra parte. Lee voleva andare dove Clifford Brown non era potuto arrivare perché era morto troppo presto. Suonava un po’ con tutti (anche per sfamare la scimmia) ma prendeva sempre qualcosa da quei giganti con cui duettava, soprattutto da Coltrane e Gillespie. Così, il nostro, tira fuori prima “Search for the New Land” col suo vecchio amico Wayne Shorter al sax e Herbie Hancock al piano e, poi, “The Procrastinator” che ai due citati aggiunge anche Ron Carter al basso. Roba nuova che cerca altre strade e che, infatti, la Blue Note terrà in naftalina per anni prima di darli alla luce. Tre perle diverse, una mano con tre assi. Poi Lee, come abbiamo visto, finisce in un buco nero, non ce la fa più a suonare. Arriva a vendersi la tromba e sembra chiusa lì. E con soli tre assi non ci fai un poker.
Le carte buone, però, certe volte arrivano da dove meno te lo aspetti. E il quarto asso arriva, su di un marciapiede coperto di neve, dalle mani di un’altra naufraga di nome Helen.
Così arrivano concerti, un nuovo quintetto, un po’ di successo e anche qualche soldo.
E arriva anche “Live at the Lighthouse”, il quarto asso. Quel disco è un assalto sonoro. È un vortice. Morgan lancia note taglienti, intense, dirette. C'è l'audacia di chi è consapevole della sua precarietà ma che in quel momento si sente il migliore. Non c'è la compostezza del bop classico, ma il sudore, l'odore di fumo, l'urgenza di chi deve esprimersi appieno prima che tutto finisca. Lee Morgan si presenta con una band straordinaria: Bennie Maupin al clarinetto basso, Harold Mabern al piano e la sezione ritmica di Jymie Merritt e Mickey Roker. L'edizione completa è un'esperienza intensa. È il suono di un artista che ha smesso di cercare il consenso e ha scelto di seguire la propria visione interiore.
Forse il suo disco migliore, quello da avere se ne vuoi solo uno o se vuoi cercare di capire dove sarebbe potuto andare.
Lee fa Poker e si becca tutto il piatto. L’unico, però.
- Lumache, ambulanze e ancora neve.
E’ chiaro, vero, che questa storia non ha un lieto fine?
Il 19 febbraio del 1972 NY è, ancora, ricoperta di neve. Allo Slugs' – il Saloon delle lumache - giù nel Lower East Side, Lee e il suo quintetto sono di casa. Hanno appena finito di suonare “Angela” e fanno una pausa, ma a tenere calda la sedia di Lee non c’è Helen. C’è Judith Johnson, una che – in tutta evidenza – non aveva mai pulito il vomito di nessuno e, quel che è peggio, era molto più giovane di Helen.
La gratitudine è una merce rara che scade in fretta e il tradimento è parte del gioco, banale, noioso come una domenica pomeriggio senza birra. Helen entra nel locale. Ha il fuoco negli occhi e una pistola nella borsa. Litigano, Lee la butta fuori dal locale.
Certo, puoi dire che si comportò da stronzo ma, “grazie” e “ti amo” ci stanno stretti nella stessa frase, rendono tutto più pesante. Helen rientra con la pistola in mano, spara un colpo solo. Lee non muore subito, resta lì a terra a dissanguarsi per più di un’ora. L’ambulanza che avrebbe potuto salvarlo è rimasta bloccata dalla neve. Lee Morgan aveva 33 anni, l’età dei martiri.
Helen rimane lì, immobile; non dice niente neppure quando vengono a portarsela via.
Che Dio abbia pietà di Lee Morgan, e ancora più pietà di Helen Moore.
- Lo chiamavo Morgan
Helen non rimase in prigione per molto tempo: c’erano un sacco di attenuanti e, in fondo, fare secco un musicista jazz non sembrò, ai giurati, cosa così grave.
Così nel 1978, Helen è uscita di prigione ed è tornata a casa, verso il Sud, verso le radici che aveva cercato di dimenticare tra i club di jazz e le luci della città. Ha vissuto i suoi ultimi anni come una donna che ha smesso di combattere con Dio. Si è trovata da sedere sulle panche di una chiesa Metodista perché aveva bisogno di un posto dove poter stare seduta in fondo all'aula e respirare. Si è messa a studiare, ha guardato i suoi nipoti crescere, ha curato sua madre morente, è andata a letto presto la sera. Non parlava di Lee. Non a voce alta. Ma portava il suo nome come un tatuaggio invisibile sulla pelle. La gente a Wilmington vedeva solo una donna tranquilla e una nonna devota. Poi, nel 1996, sentendo che il corpo la stava abbandonando, ha deciso di lasciare un’ultima traccia. Ha permesso che la sua voce finisse su un nastro. Non per scusarsi, ma per testimoniare. 'L'ho chiamato Morgan', diceva, con quel tono di chi possiede ancora ciò che ha perduto. È morta a marzo di quell'anno.
Finisce così, niente colpi di scena, nessun coup de théâtre, solo una donna che chiude la porta e si spegne nel buio.
Ma, a noi, piacciono altri finali. Mi piace immaginare che da qualche parte, oltre il fiume, c'è un uomo con una tromba d'oro che la sta aspettando per l'ultimo set. Forse lui la spingerà di nuovo fuori dal club, o forse, questa volta, le offrirà da bere e le dirà: 'Helen, siamo finalmente a casa'.'"
E, a noi che restiamo, rimangono tra le mani giusto “qualche scontata carezza e un po’ di tenerezza” e, quel che è peggio, è che continuiamo pure a raccontarci che, quello nostro, è un lieto fine.
Elenco e tracce
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