Semplicemente, dieci nuove canzoni. E' austero, questo album, a partire dal titolo. Mistico ed austero. I testi sono poesia come solo Lenny sa. Poesia ora venata di solitudine, ora di abbandono, ora di disincanto, ora di tenerezza. La musica forse è un po' troppo "synth", non sempre all'altezza (vertiginosa) raggiunta dai testi. Certo, manca la forza martellante di brani come "Everybody Knows" o il turbinio di una "Democracy". Ma Lenny è Lenny e anche con questo album ti ipnotizza, ti incanta e, a volte, ti fa sentire anche, con le sue parole, un retrogusto amaro in cui ti rifletti anche banalmente nel quotidiano, dietro un episodio, a un sorriso non regalato.
Ed è così che si parte, dal quotidiano, con "In My Secret Life". Brano sulla maschera che ognuno di noi indossa ogni giorno, sull'eterno dualismo fra essere e apparire. "I Saw you this morning/you were moving so fast". Entra così, tenebrosa e profonda, la voce di Lenny. Nel mondo tutto è corsa. E invece questa musica ci fa capire che si deve anche trovare il tempo per riflettere, o forse solamente per essere meno soli. "But I'm always alone..." ed è una fitta al cuore. Si prosegue con un altro grande brano, "A Thousand Kisses Deep". Pezzo che parla di abissi dell'anima, quelli che si raggiungono solo "con la profondità di mille baci". Testo tristissimo, addolcito solo un poco dal raddoppio vocale di Sharon Robinson. L'atmosfera si allevia (almeno musicalmente) con "That Don't Make It Junk" e la sua slide guitar. Brano enorme anche questo, con un'illuminazione non da poco: "I don’t trust my inner feelings/inner feelings come and go". Meditate, gente, meditate. Noi però non facciamo tesoro del precetto e, nella successiva, "Here It Is", prendiamo un uppercut in pieno viso. Forse è la canzone più tragica di Lenny (Here is your cross/Your nails and your hill...) ma ha anche uno straordinario eco di "The Future" (quel "love is the only engine of survival") quando la voce scava queste parole "And here is the love/That it’s all built upon".
"Love Itself" è canzone sull'amore che era e ora non è più. Tema universale che tutti, ahimé, nella vita prima o poi intravediamo, come quella "polvere in controluce" di cui si parla nel testo. "By The Rivers Dark" è misticismo ultradistillato DOC, dove tra i fiumi oscuri di Babilonia ci troviamo privati di cuore, anello nuziale e spirito voglia di vivere. Ma è solo il preludio al brano più toccante del disco, quella "Alexandra Leaving", tutta in duetto con la Robinson, che richiede di procurarsi abbondanti fazzoletti per asciugarsi i lacrimoni: è l'addio dell'amato bene. Ascoltata mille volte, e mille volte con un brivido sempre diverso. E ti pare ogni volta di sentirle, quelle labbra "che ti svegliano con un bacio". Il disco si chiude con altri tre brani enormi, "You Have Loved Enough", "Boogie Street" e "The Land Of Plenty".
Dieci nuove canzoni, semplicemente. Di Lenny, però.
Una grande occasione forse non del tutto riuscita.
Il Cohen di oggi è irrimediabilmente stanco e fa tenerezza sentirlo ringraziare chi gli è stato vicino.