Copertina di Lime Spiders Slave Girl
Pinhead

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Per appassionati di garage-punk, fan del rock anni '70/'80, collezionisti di vinili, musicisti e nostalgici del punk australiano
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LA RECENSIONE

«... back in the garage, back in the garage ...» urlavano i Clash oltre trent'anni fa, e quindi, dopo aver un po' vagato per altri lidi, nel garage ci torno anch'io, rispolverando quelli che ritengo due dei migliori prodotti del genere negli anni Ottanta, i singoli «25th Hour» e «Slave Girl» degli australiani Lime Spiders.

Formatisi nel 1979, i Nostri si mettono in luce partecipando ad una serie di contests a livello locale e catturando l'attenzione di Sua Maestà Rob Younger, che si offre di produrre i due lavori.

Il primo vede la luce nel 1983, quando Mick Blood (voce), Darryl Mather e Richard Jakimszyn (chitarre), Dave Guest (basso) e Geoff Cleary (batteria) entrano in studio per mettere su vinile quattro gemme di una grezzezza più unica che rara. Al riguardo, basti il commento di Jello Biafra: «I never thought I'd hear a psychedelic slime band more hardcore than the Green Fuzz, but here they are».

Ed infatti, il disco è un gustosissimo frullato di garage ed acida psichedelia da un lato - Zakary Thaks e Other Half i primi nomi a venirmi in mente - e proto-punk targato anni '70 dall'altro - Stooges periodo «Raw Power», per intenderci subito.

Quattro brani in scaletta, tra cui le pregevoli covers del classicissimo «1-2-5» degli Haunted e «That's How It Will Be» dei Liberty Bells, ma è la title track ad impressionare di più e ad annunciare al mondo che i Lime Spiders sono un gruppo destinato a lasciare un segno profondo nella storia del garage-punk: chi ha orecchie per intendere, intende ...

È vero, poi, che al di fuori degli Stati Uniti non sono in tanti a proporre simili suoni, tra i pochi gli svedesi Nomads, e quindi benvenuti ai Lime Spiders, e chissenefrega se la loro musica è derivativa e revivalistica: quello che conta è che tenga vive certe nobili tradizioni.

E comunque ... cambia la formazione, con Tony Bambach (basso) e Richard Lawson (batteria) ad affiancare Mick Blood e Richard Jakimszyn, e nel 1984 viene pubblicato il secondo singolo, il capolavoro «Slave Girl».

Solo due brani, questa volta, «Slave Girl» appunto e «Beyond The Fringe» sul retro, ma basta ed avanza il primo a confermare le eccellenti sensazioni suscitate da «25th Hour»: niente di nuovo per carità, ché è nient'altro di una «Have Love Will Travel» veloce e lercia il giusto per adeguarla ai tempi che corrono, e però ad avercene di roba del genere.

Tirando le somme: sei brani in due anni, due davvero memorabili, ed un posto assicurato nel cuore di ogni gazzers che si rispetti.

Talvolta, basta davvero poco per garantirsi l'immortalità.

Tanto che, dopo oltre vent'anni, i Nostri non si sono ancora stancati di macinare e rimacinare i soliti tre accordi distorti e grondanti fuzz.

Ci sarebbe ancora da segnalare l'esordio sulla lunga distanza con «The Cave Comes Alive», certamente bello ma non come è lecito attendersi dopo cotanta premessa, ed il terzo singolo «Out Of Control», altro brano killer da tramandare ai posteri; e da ricordare che il tutto è reperibile in «Nine Miles High», ottima antologia che riunisce il meglio della produzione dei Lime Spiders tra il 1983 ed il 1990.

Lunga vita ai garagisti di tutto il mondo!

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Riassunto del Bot

La recensione celebra i singoli anni '80 degli Lime Spiders, in particolare 25th Hour e Slave Girl, come pietre miliari del garage-punk australiano. Il sound grezzo e psichedelico della band, unito a un'attitudine punk autentica, li rende ancora oggi memorabili. La produzione di Rob Younger e l'energia dei brani li collocano tra le band più influenti del genere. L'autore sottolinea l'importanza di queste tracce nel mantenere viva la tradizione garage.

Tracce testi video

02   Beyond the Fringe (02:30)

Lime Spiders

Formatisi nel 1979, i Lime Spiders sono una band australiana guidata da Mick Blood. Nei primi anni Ottanta pubblicano singoli di riferimento come "25th Hour" e "Slave Girl", prodotti da Rob Younger. Line-up citate nella recensione: Mick Blood (voce), Darryl Mather (chitarra), Richard Jakimszyn (chitarra), Dave Guest (basso), Geoff Cleary (batteria); in seguito Tony Bambach (basso) e Richard Lawson (batteria). L'antologia "Nine Miles High" raccoglie il meglio del periodo 1983-1990.
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