“Nostalgia Canaglia”, cantavano Al Bano Carrisi e Romina Power quasi quarant’anni fa. Non a caso, dato che la musica è maestra nell’evocazione di un sentimento che da sempre è l’asso nella manica di chi campa di musica. Intendiamoci, ogni emozione trasmessa da una singola canzone è qualcosa da preservare, indipendentemente da come sia stata confezionata per noi.

Ci sono artisti che rimarranno per sempre nel mito, che siano in vita per essere celebrati oppure no. Taluni rimangono blindati con le loro canzoni dentro vecchi Juke Box mai impolverati, talaltri risuonano di tanto in tanto nel mainstream riproposto in modo pigro da qualche radio o televisione. Poi ci sono i miti in via di consacrazione. Troppo giovani, seppur acclamati, per essere intoccabili e troppo amati per non tirare in ballo l’operazione nostalgia di cui sopra.

“La morte ti fa bella”, parafrasando stavolta un famoso lungometraggio di Robert Zemeckis, può essere un’altra citazione adatta alla causa. Perché la mente dell’essere umano è spesso bizzarra ma lo è ancor di più quando si tratta di abbinare la morte all’arte. Quante volte la statistica ci ha ricordato che il passaggio di un artista a miglior vita, abbia in definitiva ingrassato a dismisura un conto corrente che fino a quel momento piangeva? Al netto dei seguaci affezionati e storici, che versano lacrime e sono i primi a voler consacrare il mito fin da subito, troviamo il resto del mondo. Un mondo che si è accorto della vita dell’artista solamente dopo la sua scomparsa. Funziona e funzionerà sempre così, con tutti i pro e contro del caso.

Nell’era della musica liquida, figlia dello streaming, che sta spingendo verso la pensione il compact disc e ridando nuova giovinezza e mille tonalità di colore al vinile, il lavoro delle major diventa ancora più arduo.

La dimensione live per le band diventa la principale fonte di guadagno, mentre le soluzioni alternative per riempire gli scaffali dei negozi (e possibilmente svuotarli in seguito) sono volte ad affidarsi più a quello che è stato, piuttosto che a quello che sarà.

Ciò che sta accadendo in questo 2024 con la musica dei Linkin Park, band orfana di Chester Bennington dal luglio 2017, incarna perfettamente questo orientamento.

I ricchi boxset pubblicati in occasione dei vent’anni dei pluripremiati “Hybrid Theory” e “Meteora”, all’interno dei quali sono stati inseriti alcuni inediti per rendere ancora più sontuosa la festa e grande il successo di vendite, hanno stimolato la band a continuare con le pubblicazioni postume.

Oggi esce in tutto il mondo “Friendly Fire”, singolo estratto dalle sessioni di registrazione di “One More Light”, ultimo album in studio della band californiana, risalente all’anno della scomparsa del frontman. Il singolo postumo, scritto da Mike Shinoda, Brad Delson e Joe Green, farà parte di “Papercuts”, primo Greatest Hits che chiamerà a raccolta i più importanti singoli della band, pubblicati durante il suo intero percorso musicale.

La traccia fu volutamente accantonata da Shinoda, con l’idea di riproporla in futuro, ignaro del fatto che sarebbe venuta alla luce senza che Chester Bennington la potesse cantare ancora.

“Friendly Fire” porta con sé la linea melodica dell’album di pertinenza; pertanto, i riff sono quasi completamente assenti e il drumming impercettibile è affiancato da sonorità synth pop.

Il punto di forza è tutto nel testo, sentito e malinconico, a tratti struggente, in linea con il filo conduttore di “One More Light”. La voce emozionante di Bennington fa il resto, amplificata dal ricorrente pensiero dell’assenza di uno dei più carismatici frontman degli ultimi vent’anni.

Il testo racconta di un rapporto che si sta sgretolando e della triste consapevolezza di averlo deteriorato senza ricordarsi neppure il motivo. Con la mente annebbiata dai contrasti, non ci rendiamo conto quando viene meno l’intenzione di proteggere chi abbiamo amato, arrivando a ferire. Lo capiamo quando ormai è troppo tardi:

I was supposed to protect you
No matter what’s to come
But somehow forgot when they told me
“We hurt th
е ones we love”

Da qui il concetto di “Fuoco Amico”: il rischio di scottarsi, di essere feriti o addirittura uccisi da chi è sempre stato un nostro alleato, fedelmente al nostro fianco.

A tratti e se ascoltate più volte, le strofe cantate da Bennington danno l’impressione di essere autoreferenziali. Come se parlassero dei conflitti interiori del tormentato frontman e di come una parte di lui abbia ferito e condannato a morte l’altra. Sulla falsariga delle parole di “Bohemian Rhapsody” dei Queen, dove Freddie Mercury si rivolgeva alla madre mentre raccontava della morte di Farrokh a discapito della nascita di Freddie.

Il video pubblicato a corredo del singolo, accompagna tutto questo con immagini significative della vita in studio della band. Chester Bennington è il principale protagonista, come è ovvio che sia e appare sorridente e appassionato mentre registra il pezzo, passando dal microfono alla chitarra acustica, mentre interagisce con i colleghi e amici di sempre.

Se chiudiamo gli occhi per la durata del pezzo, tre minuti esatti, e facciamo nostra l’atmosfera, senza troppi pregiudizi e indugi, potremo godere appieno di quello che la voce ci vuole trasmettere. Il risultato ci accomunerà, che si tratti di nostalgia o solamente di amore per la musica.

Forse è stato un bene che i Linkin Park abbiano deciso di regalare ai propri fan questo pezzo solamente oggi. Perché il vero significato di “One More Light” fu colto dagli stessi fan soltanto dopo la morte di Chester Bennington. Le sonorità alternative, la vena malinconica priva di qualsivoglia connotazione aggressiva a bilanciarla, erano un’esplicita richiesta d’aiuto.

Oggi questa voce ha un suono nuovo. E Chester vive, verrebbe da dire.

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