Se siete cresciuti (o anche solo affascinati) da quegli sceneggiati RAI anni ’70 visti magari in replica, sapete già di cosa stiamo parlando: atmosfere strane, lente, ipnotiche, spesso inquietanti, tutte immerse in quel bianco e nero che rendeva tutto ancora più misterioso. Segreti nel Nero è esattamente questo… ma trasformato in musica.
Il progetto L’Ombra della Sera nasce dalla mente (e dal cuore) dei ragazzi de La Maschera di Cera, che qui si divertono – e si sente – a rendere omaggio a un mondo che li ha segnati da piccoli. E lo fanno nel modo migliore possibile: non limitandosi a rifare le sigle, ma ricreandole, espandendole, portandole dentro un universo prog oscuro, pieno di sfumature. Già dall’inizio, con “Albert e l’uomo nero” e “Gamma”, si entra subito nel mood: synth vintage, atmosfere sospese, quella sensazione di “qualcosa non va” che era tipica di quegli sceneggiati. Non è nostalgia sterile, è proprio un viaggio. Quando parte “Ritratto di donna velata” viene quasi la pelle d’oca: sembra di rivedere quelle immagini lente, enigmatiche, con la musica che ti rimane dentro. Qui il lavoro sugli arrangiamenti è pazzesco, tra mellotron, tastiere e un gusto davvero cinematografico. Bellissima anche “A come Andromeda”, che mantiene quell’anima fantascientifica un po’ vintage ma la rende più ampia, più “progressiva”, mentre “La traccia verde” è pura tensione, costruita benissimo. Poi ci sono anche sorprese: “Fantastic Fly” ha un tocco quasi funky/psichedelico che non ti aspetti ma funziona, mentre “La ballata di Carini” è più narrativa, quasi drammatica, molto evocativa. Ma il vero centro del disco è “Le venti giornate di Torino”. Qui si va oltre il semplice omaggio: è una suite lunga, oscura, quasi disturbante in certi passaggi. Sapere che nasce da uno sceneggiato mai realizzato, tratto da un romanzo “maledetto” di Giorgio De Maria, rende tutto ancora più affascinante. Sembra davvero di ascoltare qualcosa che arriva da un’altra epoca… o da una linea temporale parallela. Il finale con “Cento campane” e “A Blue Shadow” chiude il cerchio in modo perfetto, lasciandoti con quella sensazione strana, un po’ malinconica, un po’ inquieta. Proprio come quando finiva una puntata e rimanevi lì a pensarci.
Una cosa fondamentale: il suono. Qui non si scherza. Strumentazione vintage vera, niente plastica moderna, e si sente tantissimo. Tutto è caldo, avvolgente, ma anche leggermente “sporco” nel modo giusto.In poche parole, Segreti nel Nero è un disco per chi ama il prog, certo, ma soprattutto per chi ha nel cuore quegli sceneggiati dimenticati ma potentissimi. Non è solo musica: è memoria, suggestione, atmosfera.
E sì, dopo averlo ascoltato, vi verrà voglia di spegnere le luci… e lasciarvi un po’ inquietare.