Che diavolo è un Pennywhistle? E’ uno strumentino a fiato, a metà fra flauto e zufolo. E la versione “Longbranch” dev’essere, a intuito, quella con formato più lungo e suoni più gravi.

Però tale denominazione è servita a suo tempo anche come monicker per questo giovane ed effimero duo di aspiranti cantautori dalle ben diverse, future fortune. Originari entrambi della rocchettara Detroit ma innamoratisi delle chitarre acustiche californiane, a fine anni sessanta intesero di piazzarsi nella loro Terra Promessa ovvero Los Angeles, condividendo un appartamentino di periferia infestato fra l’altro dalla musica di un tizio che, al piano di sotto, non faceva che pestare sul pianoforte e cantare.

L’omino pianista non era altri che Jackson Browne, di fresca fuga dal Greenwich Village di New York City dove aveva scritto canzoni, fatto all’amore e rischiato seriamente la salute per la ben più adulta, e pericolosa, Nico.

I tre diventano amiconi ma non uniscono se non parzialmente i destini. Jackson vuole correre da solo, allora gli altri due trovano un contrattino con una piccola etichetta discografica e riescono a far uscire questo primo ed unico lavoro di country rock elettro acustico, sulla scia di Byrds, Buffalo Springfield, Moby Grape, Flying Burrito Brothers e compagnia.

Quello a sinistra in copertina coi baffetti ancor radi da giovanotto si chiama John David Souther: ad oggi, sei o sette dischi solisti all’attivo, più un paio in trio nell’effimera Souther Hillman Furay Band. Tutto materiale di modesto successo, ma i soldini e relativa villa a Los Angeles li ha fatti lo stesso, co-scrivendo una bella fila di brani per gli Eagles: in particolare “Doolin Dalton”, “You Never Cry Like a Lover”, “James Dean”, “Best of My Love”, “New Kid in Town”, “Heartache Tonight”, “Teenage Jail”, “The Sad Cafe”, “How Long”, “Last Good Time in Town”.

Si perché il suo socio, quello a destra in copertina, non è altri che l’allor ventenne Glenn Frey, futuro “capo” degli Eagles. Molto più fortunato di Souther in ambito professionale quindi, ma non per quanto riguarda la salute… Frey se n’è andato all’altro mondo cinque anni fa, a soli 68 anni, Souther ora settantaseienne è invece vivo e vegeto a godersi le ricche royalties lato Eagles insieme alle magre sue.

Le voci dei due amiconi sono pressoché indistinguibili, molto simili. Bisogna essere esperti di cose Eagles ed affini per discernerle dopo qualche attimo. Dieci pezzi country rock, sette di Souther e tre soli di Frey, il quale si distingue per un taglio leggermente più duro, più orientato sul rock che sul country, nelle sue composizioni. La sua voce è già molto bella, così familiare a chi lo ha ascoltato tantissimo da indurre a pensare di stare ascoltando “scartini” degli Eagles.

Non è proprio il caso di evidenziare titoli che si innalzino rispetto alla compatta, discreta vena generale, né del resto additare dei riempitivi che abbassino la media. Le dieci composizioni scorrono piacevoli, ben fatte e cantate, ma assolutamente immemorabili. Ben altre melodie riserveranno gli anni a venire a Frey (col saltuario aiuto “esterno” anche di Souther, come già spiegato).

Un disco per amanti degli Eagles, oppure di Gram Parsons, di Stephen Stills, della California.

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