E’ già stato appurato che c’è stato un periodo, più o meno corrispondente alla metà degli ’80, in cui quasi tutti i grandi rockers del decennio precedente hanno subito un’involuzione e si sono trovati, in mezzo a tutto quel marasma di sintetizzatori e di suoni liofilizzati, un po’ come dei pesci fuor d’acqua.
Però in Lou Reed, questo non ha potuto impedire al genio dell’artista, pur se in mezzo a dischi non certo all’altezza dei suoi migliori, di fare di quando in quando capolino, facendo capire che anche in dischi, diciamo così, “di mestiere”, il tocco magico non era del tutto scomparso, ed erano comunque album di buona fattura che facevano sperare che, prima o poi, il capolavoro sarebbe arrivato. Cosa che si è puntualmente verificata nel 1989 con il grande album “New York”.
L’intelligenza di Lou Reed in questo “New Sensations” è stata quella di comporre comunque delle canzoni con buone linee melodiche, anche se non troppo originali, e di ovviare alla parziale mancanza d’ispirazione vestendo le canzoni con dei bei suoni, concentrandosi in particolare sulle parti di chitarra e dando libero sfogo al grandissimo e compianto Robert Quine (ex-Voidoids) alla seconda chitarra, e alla fantastica sezione ritmica con un grande Fernando Sauders al basso. Dicevo che le canzoni di per se stesse non sono eccezionali, manca un po’ il grande brano di punta, ma almeno tre-quattro perline ci sono e le vediamo subito.
“Turn To Me” è un gran bel pezzo dove a farla da padrone è la chitarra di Lou Reed, che proprio in quegli anni cominciava a sviluppare il suo tipico suono distorto, che dimostra che quando Lou decide di fare del rock’n’roll è ancora uno dei migliori. La title-track si avvale di un groove dall’incedere quasi ipnotico e affascinante, con un basso stratosferico e che potrebbe continuare all’infinito, un gioiellino da riscoprire. “Doin’ The Things That We Want To” è un pezzo che verrà mantenuto nelle scalette dal vivo anche per diversi anni a venire, ancora grandi suoni di chitarra e bella interpretazione vocale di Lou Reed. Infine c’è “My Friend George”, che è dedicata allo stesso personaggio del brano di Rod Stewart “The killing of Georgie” (probabilmente un pusher), una canzone deliziosa con un bell’apporto della sezione ritmica e splendide chitarre in buona evidenza.
Si può dire che questi quattro brani rappresentano il top dell’album, gli altri brani sono sicuramente pezzi minori dell’ormai sterminato repertorio di Lou, brani che comunque si fanno tranquillamente ascoltare.
Non certo un capolavoro, ma comunque un buon album che, riascoltato oggi, potrebbe essere rivalutato.