In ben undici anni (per ora) di onorata carriera, i Machine Head hanno avuto il pregio di essere uno dei pionieri di quel nuovo stile musicale, sorto dalle ceneri rimaste del vecchio Thrash Metal, che prenderà il nome di "Post-Thrash", che sarà una delle fonti ispiratrici dell'allora nascituro movimento Nu Metal.
Va riconosciuto a questa band che nel corso degli anni non si è mai impiantata su una formula ferma, ma ha sempre cambiato pelle album dopo album, e questo ha causato sia elogi che critiche. A detta di molti, il momento più difficile del gruppo fu quello tra il 1999 e il 2001, periodo dove uscirono "The Burning Red" e appunto "Supercharger". Se i primi due album, "Burn My Eyes" e "The More Things Change", avevano riscosso enormi successi grazie alla violenza simil-thrash che emanavano, nel susseguente album la svolta crossover/nu metal che la band aveva intrapreso aveva lasciato perplessi molti fans.
Capitanati, come al solito, dal signor Robb Flynn, frontman, cantante e chitarrista (nonchè scrittore di molti dei testi); i Machine Head di "Supercharger" non si discostano molto dalle sonorità di "The Burning Red"; infatti l'album in questione può essere definito il suo proseguimento, però (secondo me) un po' più maturo e personale. Molti hanno etichettato questo album come semi-fiasco solo perché gli Head non erano ritornati ai vecchi tempi (ritorno che avverrà nell'album successivo), io invece lo definisco un gran bell'album nel genere in cui è stato inserito. Le canzoni sono tutte piacevoli e "gustose" e, se vi piace questo genere, vi assicuro che vi piaceranno subito al primo ascolto.
Pezzi lenti e melodici come "Crashing Around You", "Only The Names" e la bellissima "Deafening Silence" si alternano a vere bordate adrenaliniche come l'opener "Bulldozer" (che inizia con un bel riffone e passa da parti lente a momenti veramente potenti), "Trephination" e la finale title track "Supercharger". E naturalmente non mancano tracce di ottimo rap-metal come "All In Your Head", "American High" e "Kick You When You're Down" (stupenda!); da notare che queste tre canzoni, oltre ad avere lo stesso tipo di sonorità, trattano lo stesso argomento nei testi e cioè le tristi esperienze da emargianto che ha vissuto Flynn in adolescenza. Veri e propri inni a non arrendersi mai alle difficoltà. Ma le parti rap non finiscono lì, sono presenti qua e la, come in "White Knuckle Blackout!" durante la parte "da pogo" ("You wanna fire my fuel? I'll fire back a fuck you!!"), e nel finale di "Blank Generation", riuscendo a "salvare" la canzone dalla sua eccessiva staticità.
Pur non essendo un gruppo nu-metal, i Machine Head hanno realizzato un signor album; certo, niente di originale, ma molto personale e godibile al massimo. Chi ama queste sonorità non si faccia sfuggire questo album, e nemmeno "The Burning Red". Se invece vi piacciono sonorità più "thrashy", andate subito a cercare gli altri album della band.
In conclusione, gli assegno 4 stelle solo perché lo ritengo inferiore a "Burn My Eyes" e "Through The Ashes Of Empires" (secondo me i migliori album del gruppo).
PS: Nella versione digipack dell'album (quella che ho io) sono presenti 4 bonus track: "Holy In The Sky" (cover della canzone dei Black Sabbath), "Ten Fold" e le versioni live di "The Blood, The Sweat, The Tears" e di "Desire To Fire" (canzoni contenute nel precedente disco).Lunga vita ai Machine Head e a Robb Flynn!!!!