Nella musica c'è spazio per tutti. Per una Joss Stone che si diletta nel riesumare (bene, per carità, benissimo) il soul anni '70, per una Alicia Keys che lo predilige in una miscela di pop e R'n'B, per, per una Cassandra Wilson che flirta con jazz e blues, per una Erykah Badu con le sue eccentriche contaminazioni, Jill Scott ; tanto per citare dei nomi di femmine vive e soprattutto potenti nel loro genere.

E dove la piazziamo Natalie Renee McIntyre al secolo Macy Gray? La cantante statunitense non ha nulla da invidiare alle sue colleghe sopra citate (vabbè magari rispetto ad alcune di loro è brutta quanto il debito ma si intende professionalmente). Sin da piccola Macy ha avuto un rapporto speciale con la musica black e un odio nei confronti della sua strana voce. Messo da parte quest'ultimo, si trasferisce a Los Angeles e inizia a dedicarsi al jazz con assiduità. Viene notata da alcuni produttori discografici che la mettono sotto contratto e ne esce fuori l'acclamatissimo album di debutto "On how life is" al quale fa seguito "The Id" prodotto da Rick Rubin, uno con il fiuto per la buona musica, già visto alle prese con i Bestie Boys, Red hot chili peppers di "Blood, Sugar, Sex, Magik), AC/DC etc.... "The trouble with being myself" viene affondato da parte della critica, è un album commerciale, con una buona patina di glassa glamour (Basti pensare che la copertina è stata realizzata da David Lachapelle) e il singolo estratto "When I see you" sbarca anche al Festivalbar. A questo punto Macy si applica in un bilancio complessivo della sua carriera e pubblica nel 2004 un "Best of".

In realtà non c'è nulla che differenzi questo greatesthits rispetto a molti altri in circolazione: ci sono tutti i successi, l'inedito che nella fattispecie è "Love is gonna get you", un pezzo intrigante e dancereccio ma che non è all'altezza del resto della produzione, la cover di turno ossia "Walk This" degli Aerosmith che si rivela migliore dell'inedito stesso e poi i remix che hanno la grandiosa capacità di sfigurare nel peggiore dei modi una bella traccia. Quello che però impedisce di togliere il disco dallo stereo è la presenza di canzoni di ottimo livello.

I toni morbidi di "I Try", la melanconica dolcezza di "Still", la divertente "Sexual revolution" sono gli esempi lampanti della bellezza di questo album. "I've committed a murder" ci parla di come Macy ha fatto fuori la datrice di lavoro del ragazzo perché lo aveva licenziato, di averle sottratto l'incasso e di essere volata via con lui verso un "Jamaican paradise". Una serie di canzoni che non annoiano e che brillano per originalità. E poi c'è quella voce stranita che riesce a impreziosire il tutto. Anche le collaborazioni le reggono il gioco, da Erykah Badu in "Sweet baby" a Pharoahe Monch con "It ain't the money", da Fatboy Slim alle prese con "Demons" a Norman Cook. In quest'album si possono trovare una serie di canzoni soul scosse da lievissimi influssi hip hop e alleggerite da un tocco pop.

"The very best of Macy Gray" è un buon punto di partenza per chi vuole conoscere meglio l'artista ma non vuole ascoltarsi l'intera discografia. D'altronde sempre meglio dell'orrido "Big", che è totalmente privo della freschezza compositiva che aveva pervaso completamente, fra alti e bassi, la carriera della Gray, come preannunciava il singolo "Finally make me happy".

Da non buttare...

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