Cinque domande impossibili a Manoel Francisco dos Santos detto 'Garrincha'

Rieccoci in collegamento dal nostro studio radiofonico per una nuova intervista di cinque domande a un personaggio impossibile e che è passato alla storia per il suo contributo rilevante a quello che possiamo considerare come il grande viaggio della nostra specie.

Ricordiamo che tutto questo è reso impossibile dalla speciale strumentazione in dotazione al nostro studio e dai nostri tecnici, che con la loro perizia ci permettono questa occasione unica di potere entrare in contatto diretto con il mondo dei morti. Parlare con i morti per parlare della loro vita e ricordare a tutti i nostri ascoltatori che la vita è bella, ma non è mai perfetta.

Questa volta sono, come dire, felicissimo di introdurre il nostro ospite speciale. Un personaggio che sicuramente tutti gli appassionati di calcio conosceranno e riconosceranno come una delle stelle più luminose che hanno fatto la storia di questo sport.

Parlo di Manoel Francisco dos Santos meglio noto come 'Garrincha'.

Mané è nato a Magé nello Stato di Rio de Janeiro il 28 ottobre 1933. Ala destra. Fu uno dei giocatori simbolo del Botafogo, uno dei club più importanti del paese, e in particolare della Nazionale brasiliana con la quale giocò più di dieci anni, collezionando 50 presenze e 12 reti, ma soprattutto vincendo due edizioni della Coppa del mondo.

Deceduto a Rio de Janeiro il 30 gennaio 1983 all'età di soli quarantanove anni, ancora oggi Garrincha resta uno dei giocatori di calcio più amati dai brasiliani. Forse più dello stesso Pelé.

Per me che sono un grande appassionato di questo sport, possiamo dire che intervistare Garrincha costituisce una opportunità unica.

Benvenuto Mané.

G. Buonasera a tutti.

Vi ringrazio per avermi invitato. È sicuramente molto strano per me, dopo tutto questo tempo, ricevere tutta questa attenzione. Ma sono molto contento. La considero una opportunità per, come dire, parlare di calcio e del mio calcio ai più giovani che magari non mi hanno mai visto giocare. Quindi va bene. Va benissimo così.

1. Cominciamo con la prima domanda. La storia ci racconta che sin dalla nascita tu sia stato afflitto da diversi difetti congeniti: strabismo, la spina dorsale deformata, uno sbilanciamento del bacino e sei centimetri di differenza in lunghezza tra le gambe nonostante un interento chirugico correttivo. Una malformazione dovuta alla poliomielite che praticamente avrebbe dovuto impedirti di giocare al calcio e invece... Molti sostengono tu avessi una andatura sbilenca e che quelli che avrebbero dovuto costituire dei limiti in realtà fossero i punti di forza e il segreto del tuo dribbling. Che cosa c'è di vero in tutto questo?

G. Tutto quello che hai detto corrisponde alla verità. Sono nato in una famiglia molto povera e credo che se pure ci fossero state delle cure a quei problemi, non avrei potuto accedervi. Mio padre, che discendeva da una tribù di indios dell'Alagoas, pensò allora di curarmi secondo i metodi tradizionali della sua gente e somministandomi una mistura a base di cachaca, quella che voi chiamate 'acquavite'. Ma chi lo sa se questa abbia veramente avuto effetto.

Ma non lo so se questi problemi siano stati per me un vantaggio come calciatore. Alcuni dicevano effettivamente che avessi una andatura particolare e poiché da bambino ero anche molto piccolo una delle mie sorelle cominciò a chiamarmi 'Garrincha’. Un piccolo passerotto.

Quello che posso dire è che penso di essere stato fortunato. Non sono mai stato molto religioso ma ecco possiamo dire che io abbia ricevuto una specie di dono del signore. Sapevo giocare a calcio. Sapevo giocare a calcio molto bene.

Alcuni dicono che Dio ti toglie delle cose e te ne dà delle altre. Io non lo se questo sia vero, ma nel mio caso è andata veramente così.

2. Mané senza dubbio sei stato un grandissimo calciatore. Universalmente sei considerato come uno dei giocatori più forti di tutti i tempi. Alcuni critici e storici del gioco del calcio ti considerano anzi proprio come il più forte calciatore di tutti i tempi alla pari di Pelé e di Diego Armando Maradona. Che cosa ne pensi di questo confronto? Ti sembra troppo impegnativo?

G. Intanto voglio dire che essere accostato a due grandi del gioco del calcio come Pelé e Maradona mi fa molto piacere. Parliamo di due calciatore che come me sono stati degli spiriti liberi sul campo da gioco. Due calciatori che avevano una grande fantasia e che giocavano per i tifosi e per la loro gioia oltre che per se stessi. Però non ti posso dire molto su Maradona perché dopo che ho smesso di giocare non ho più seguito tanto il calcio. Ho chiuso quella pagina della mia vita, ma mi è dispiaciuto perché allo stesso tempo anche il mondo del calcio ha chiuso con me e sono stato in qualche modo dimenticato.

Non penso comunque che questo paragone sia troppo impegnativo. Sono stato un calciatore, come dire, abbastanza bravo da reggere il confronto.

Ma Pelè era veramente così forte come dicono?

G. Pelé era fortissimo. Chi sostiene che sia sopravvalutato allora non lo ha mai visto giocare. Ha segnato più di mille goal, ha vinto tre Mondiali... Pelé è il calcio e giocare con lui era fantastico.

Quando abbiamo giocato assieme con la maglia amarella non abbiamo mai perso. Ma del resto io ho perso una sola partita con la Nazionale brasiliana. L'ultima. Nel 1966 contro l'Ungheria...

3. Il 1966 è stato il tuo ultimo Mondiale, ma si può dire che in quel momento tu fossi già in una fase calante della tua carriera? Allo stesso tempo possiamo dire che il tuo momento migliore sia stato invece il Mondiale del 1962 in Cile?

G. Probabilmente questo è successo anche a causa dell'infortunio di Pelé.

Parlo del Mondiale del 1962 in Cile.

Chiariamoci. Non voglio dire che questo fu una fortuna. Anzi. Però dopo l'infortunio di Pelé, dato che c'erano comunque grandissime aspettative nei confronti della squadra, ognuno di noi ha dovuto caricarsi sulle spalle una responsabilità ancora più grande. Così penso che durante quel Mondiale io abbia offerto le migliori prestazioni della mia carriera: la squadra puntava molto su di me e le mie giocate e alla fine sono stato capocannoniere e il migliore giocatore del torneo.

Purtroppo da quel momento in poi ho cominciato a essere bersagliato dagli infortuni.

Ho fatto tutto quello che potevo per continuare a giocare, perché avevo bisogno di soldi, perché non potevo stare lontano da un campo di calcio. Avevo bisogno di giocare perché il calcio per me era motivo di gioia e era motivo di gioia per tutti quelli che tifavano per me e questo mi dava una carica incredibile. Il calcio era la mia unica vera ragione di vita.

Quando ho dovuto smettere definitivamente è stato tutto più difficile.

4. Ci parli della tua relazione con Elza Soares? Fu una relazione molto discussa. Così come il vostro trasferimento in Italia nel 1969. Cosa ricordi di quegli anni in Italia?

G. Elza era una donna bellissima e una grande artista e che per me ha fatto molto. Molto più di quanto io abbia fatto per lei.

Fu lei a insistere perché io mi rimettessi in piedi per giocare i Mondiali del 1966.

Si prese cura di me anche dopo la morte di Donna Rosaria (Ndr. La madre di Elza Soares, morta in un incidente stradale, mentre alla guida dell'automobile era proprio Garrincha.) e durante tutti gli anni che abbiamo passato assieme. Anche nel periodo che abbiamo passato in Italia. Mi è stata accanto fino all'ultimo giorno.

Molti dicono che siamo venuti in Italia perché io ero in depressione e avevo problemi con l'alcol, ma in verità questo è successo perché in Brasile c'erano i militari e gli artisti come Elza non erano ben visti. Non è stata l'unica artista brasiliana che è venuta a stare in Italia durante quel periodo.

Non ricordo però molto di quegli anni nel vostro paese: non è stata una fase felice della mia vita. Mi sono rimasti solo ricordi confusi. Forse ho voluto semplicemente dimenticare.

Per quanto riguarda Elza poi è finito tutto. È stata colpa mia, spero che almeno dopo tutto questo tempo mi abbia perdonato e conoscendola so che deve essere così.

5. Possiamo parlare di come tutto è finito Mané? So che è un argomento delicato, ma spero tu non abbia problemi a parlarne oggi dopo tutto questo tempo. Dopo la rottura definitiva con Elza Soares, la tua situazione di salute, mi riferisco alla depressione e ai problemi di alcolismo, si aggravarono ulteriormente fino alla tua morte. Sei morto triste, malato e completamente in solitudine. Eppure quando giocavi eri 'la gioia del popolo', il calciatore che ha regalato più allegria di chiunque altro quando calcava un campo di calcio. Un giornalista italiano (Ndr. Franco Rossi.) ha scritto che tu sei più amato di Pelé dai brasiliani. Perché Pelé è quello che i brasiliani vorrebbero diventare, mentre tu sei esattamente come loro sentano di essere. Che loro si identificano con te. Che ti considerano uno di loro. Perché sei morto da solo e dimenticato da tutti allora?

G. Parlare di problemi come la depressione è qualche cosa di difficile per tutti ancora al mondo di oggi a più di trent’anni dalla mia morte.

Penso di essere sempre stato triste. Ho sempre avuto una specie di buco dentro, ma quando giocavo a calcio, quando giocavo davanti a tutti quei tifosi che facevano il tifo per me, io mi sentivo speciale. Loro erano felici, io ero felice. Ero veramente 'la gioia del popolo'.

Quanto tutto questo è finito non avevo più niente e provavo a riempire questo vuoto con le donne, ne ho amate tante, mi piacevano le donne. Con l'alcol. Ho cominciato a bere e fumare quando ero solo un bambino. Ma niente mi aiutava veramente a colmare quella sensazione di vuoto.

Durante gli anni in cui giocavo, il calcio mi spingeva a stare lontano da queste tentazioni, dava veramente senso alla mia vita, ma quando tutto è finito e dopo l'incidente e la morte di Rosaria, Garrincha non è stato più la gioia del popolo. Anzi non c'è stato più nessun Garrincha, quello era rimasto su qualche campo da calcio alla ricerca di se stesso, mentre Mané è rimasto solo e Mané era triste e depresso.

Ma penso che i brasiliani mi abbiano voluto bene e mi vogliano bene ancora oggi e questo per me significa molto, perché significa che loro lo sanno che io ho giocato per la loro gioia e che la loro gioia era la mia, perché eravamo tutti tristi e avevamo bisogno di vedere rotolare quel pallone nel quale c’erano dentro tutti i nostri sogni. C’era un legame speciale tra me e loro e che anche il tempo non potrà mai spezzare.

Mané, ti ringrazio molto per questa intervista e perché oltre che parlare di calcio, ci hai aperto il tuo cuore e parlato di temi molto difficili.

Permetti? Se non ti dispiace, prima di salutarti, vorrei darti un abbraccio.

G. Perché no...

(Ndr. Il conduttore e Mané si alzano dalle rispettive postazioni e si stringono in un abbraccio fraterno.)

Con questo abbiamo chiuso anche questa intervista impossibile.

Dalla nostra postazione è tutto. Da parte mia, di Mané e di tutto lo staff tecnico che ha reso possibile la trasmissione, un augurio di buona serata a tutti gli ascoltatori.

G. Buonasera. Ciao. Deus vos guarde.

'Le vite nei film sono perfette. Belle o brutte, ma perfette. Nei film non ci sono tempi morti. La vita è piena di tempi morti. Nei film sai sempre come va a finire. Nella vita non lo saprai mai.'

sotomayor , Il 10 dicembre 2017 — DeRango: 13,75

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I commenti che questo editoriale ha voluto ricevere

luludia
poi la leggo, ma per un bel basta quel magico nome...
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lector
Mi piace questa storia delle interviste impossibili. E poi li scegli proprio bene i personaggi.
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sotomayor: La prossima intervista manderà su tutte le furie @[Carlos]...

Per fortuna che anche questo personaggio ovviamente è bello che morto e quindi non potrà procedere a nessuna querela.
Carlos: ma mi manderà su tutte le furie il personaggio o l'impressione positiva che ne dai?
Carlos: Semplicemente dimmi solo che non è Hitler e non è Mussolini ti prego, altrimenti non apro il Deb fino a quando non scompare dalla home ahah
sotomayor: Ahah no no, non esageriamo ora. È comunque un democratico con tutti i suoi limiti. Comunque io lo intervisto solo, non sono responsabile delle sue dichiarazioni. Mussolini e Hitler non si possono intervistare, mi fanno paura.
Carlos: Lo intervisti solo, ma c'è differenza tra le domande che farebbe Fazio rispetto a quelle di Marx, se dovessero incontrare "un democratico con tutti i suoi limiti" ;-)
sotomayor: Eheh ma Marx non era un intervistatore, bensì un pensatore. Per fortuna. ANche io non sono un intervistatore, ma mi fingo tale, però non sono uno di quelli che provocano i propri intervistati ma punto invece a stimolarli e farli parlare molto. Il giudizio lo lascio ai lettori che giustamente si faranno le proprie idee senza che io li abbia in qualche maniera influenzati ma dando spazio al pensiero della persona intervista che non devo per forza condividere (come nel caso specifico del prossimo super-ospite). Poi vedremo.

Comunque avevo letto 'c'è differenza tra le domande che farebbe Fazio rispetto a quelle di Matrix'. E te lo giuro che stavo a pensare tutto il tempo a quale delle due situazioni fosse considerata la migliore. Penso sempre e comunque Matrix che Fazio.
Carlos: Ahahhaah vabbè guarda...vedremo le risposte (che gli farai dare)
Stanlio
dopo aver letto quest'intervista mi sento un pò brasiliano anch'io
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sotomayor: Eheh ottimo, in realtà l'esercizio nello scrivere sta anche nel cercare di rendere in qualche maniera verosimile il personaggio intervistato.
IlConte
Zio porco vedi vedi, mi ero perso Mané. L’ intervista è bellissima non so come fai ma continua ahahah.
Solo 4 commenti a te e a Mané e’ scandaloso, mi auguro sia passata inosservata come a me...
Di Garrincha mi raccontava mio papà che è stato in Brasile per 13 anni dal 50 al 63 da giovane. Dove dici che un brasiliano “voleva essere Pelè ma si identificava in lui perché era uno di loro”, racconti una verità assoluta. Mio padre a Rio era tifoso e andava a vedere il Flamengo ma Garrincha anche se giocava nell’odiato botafogo era amato da tutti, era una cosa a parte... Garrincha era la povertà che era arrivata in alto... fine tristissima, io ogni tanto lo saluto, così tanto per...
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sotomayor: Bella testimonianza 'quasi' diretta Conte. Io penso che paradossalmente Garrincha in tutta la sua storia, dalla nascita e le umili origini fino a diventare il più forte calciatore di sempre (e fin qui la sua storia somiglia a quella di Pelé senza dubbio) ma poi il suo crollo, i suoi problemi con l'alcol, le tante mogli, il numero incredibile di figli sparsi ovunque, la povertà e la morte in completa solitudine... incarnino perfettamente quella che…
sotomayor: Questo parallelo Pelé-Garrincha molti lo hanno riproposto poi con Ronaldo-Romario. Con il primo che sicuramente è molto più conosciuto e amato nel mondo e anche molto più ricco del secondo, ma con il secondo (che senza avere avuto una parabola discendente come quella di Garrincha comunque, tanto che oggi è in politica...) che invece è molto più amato in Brasile, è molto più un personaggio popolare e tipicamente brasiliano rispetto a Ronaldo che è sicuramente una figura più istituzionale ma molto più 'ingenua' rispetto al 'tagliente' Romario (grandissimo giocatore, per me uno dei più forti io abbia visto giocare).
IlConte: Eh beh in Brasile ne succedono tante, in quegli anni poi dove non saprai mai dove finisce la verità è inizia la leggenda (ma proprio questo è il bello). Mio padre, ti dico solo che ne parlava solo dopo aver bevuto più del dovuto in compagnia dei miei amici... diciamo che ne ha vissute nel bene e nel male (tornato a casa con viaggio pagato da mia nonna senza una lira e col sistema nervoso a puttane... uguale a me).
Bellissime cose racconti, mi devo leggere un libro quando sarò più in forma ahah, hai un titolo in particolare da consigliarmi su Mané?!
sotomayor
sotomayor Divèrs
Pelè ricorda Garrincha, 40 gare insieme - Calcio - ANSA.it

Quaranta partite assieme: 36 vittorie, 4 pareggi.
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