REGIONALE ACQUI TERME - ASTI

L’estate ha dato un ultimo colpo di coda nella seconda metà di agosto, nel momento in cui California, un mio amico dei tempi dell’università, è sceso dal treno che lo portava da Torino per una breve visita.

Dopo due giorni di caldo intenso si è poi spenta alla velocità di un minerva, proprio quando California ha rimesso piede sul treno per tornare a casa.

Mentre vedevo il vagone di coda scomparire dalla stazione di Acqui, già percepivo le prime avvisaglie dell’autunno.

Chi va in treno da Torino ad Acqui Terme, non ha scampo da un regionale che sulla tratta Asti-Acqui si fa tutte le stazioni, per un’oretta circa di sana noia.

"Che pppalle!" Fu infatti il commento di California a proposito di quel viaggio, e così, il primo giorno che passò da me, pensai bene di raccontargli un po’ di aneddoti inerenti i viaggi che avevo fatto io sul quel regionale quando facevo il pendolare.

Tanto quel giorno bello afoso, noi e le nostre infradito non avevamo un bel niente da fare. Le nostre ascelle ci chiedevano pietà, ma riuscivamo a non farci caso perché avevamo davanti birre fresche da discount “Böch del Bertùs”, e adeguate scorte di patatine la cui confezione sosteneva fossero aromatizzate con salsa messicana “life after death”.

La prima stazione che si incontra uscendo da Acqui è quella di Àlice Bel Colle, e la voce registrata che annuncia la fermata successiva, sposta costantemente l’accento dalla A alla I, facendo diventare la destinazione Alìce Bel Colle, e dando per un attimo una nota di atmosfera a la Louis Carroll.

Raccontai a California che una volta proprio a quella stazione salì sul treno una mia vecchia conoscenza: Alìce, guarda caso.

“Ad essere onesti” precisai “era un’amica della sorella di una mia compagna di classe che mi capitava di incontrare e con cui riuscivo a scambiare due parole le poche volte che si usciva in compagnia. Ma non mi era mai riuscito di approfondire la nostra conoscenza quanto avrei voluto.”

“Le donne vanno imbarcate di stronzate”

Fu il laconico e strascicato commento di California, detto con sguardo rivolto al super cannone che era intento a prepararsi.

Lui era della vecchia scuola: quella che andava forte a cavallo tra gli anni 70 e 80, aveva come manifesto culturale la rivista il “Lando”, e secondo cui l’uomo doveva relazionarsi con l’’universo femminile con sovrabbondanza comunicativa, finalizzata esclusivamente ad affabulare l’interlocutrice di turno.

Quella scuola venne soppiantata nella seconda metà degli anni 80 da un’altra che aveva lo stesso obiettivo ultimo, ma proponeva un modello maschile opposto, che nella comunicazione procedeva per “sottrazione”: la scuola de “l’uomo che non deve chiedere mai”. L’uomo deve trasmettere più che comunicare. In breve: un modello maschile di tipo marconista.

California era cresciuto tra gli 80 e i 90, ma la sua giovinezza l’aveva passata nei bar sport di provincia che erano sacche di resistenza della vecchia scuola. All’’epoca aveva dalla sua una certa avvenenza e spavalderia che aprivano il campo alle sue “imbarcate di stronzate”.

Poi una vita di eccessi lo aveva trasformato in un uomo “scaldabagno”, senza intaccare spavalderia ed imprinting formativo.

Io non ho mai avuto i numeri per abbracciare nessuna delle due scuole. Appartengo alla specie degli “uomini orso” che non comunicano ne trasmettono, e sono sempre andato per ortiche nei rapporti con l’universo femminile, e, tirando le somme, “quagliato poco”, per usare le parole del buon California.

Chiusa questa parentesi sociologica da quattro soldi e tornando ad Alice, parlai a California del nostro incontro sul regionale Acqui Asti

Gli dissi che me la trovai inaspettatamente di fianco, in piedi, infilata in un trench marrone scuro e stivali in nuance: Pareva davvero che per lei il tempo non fosse passato, bella e bionda più che mai.

Quando i nostri sguardi si incrociarono non mi disse nulla, si voltò come a cercare qualcuno dietro al posto in cui mi trovavo.

“Ciao Alice” le dissi un po’ impacciato “è una vita che non ci vediamo”

Lei rimaneva in piedi senza sedersi, e continuava a guardare dietro.

“Se hai compagnia non ti far problemi. Ci saranno altre occasioni per fare due parole.”

“Ciao Flame. No no! Non sono in compagnia. Tranquillo.”

E si decise a sedersi nel posto vicino al finestrino, di fronte a me.

Io azzardai un “Tutto bene ?”

“Si, si, tutto bene. Vado a Mombaruzzo ad imbucare un po’ di lettere. Sai, scocciature burocratiche”.

“ad Alice Bel Colle non si possono imbucare le scocciature burocratiche?”

Prima di rispondere diede nuovamente un’occhiata verso i posti dietro e poi mi rispose un po’ sovrappensiero:

“È probabile. Ad Àlice Bel Colle non sono possibili un mucchio di cose.”

“Tipo? Se posso chiedere?”

“Accadere.”

“Cioè?”

“Ad Àlice non accade mai nulla”

“Beh, si, è un posto tranquillo, sai, la provincia è così, ma qualcosa ogni tanto dovrà pur accadere.”

“Non a me. Comunque non ci ho mai provato a spedire qualcosa ad Àlice, un po’ mi scoccia scrivere come mittente: Alìce ... da Àlice”

Mentre lo diceva il suo sguardo andò di nuovo verso i posti dietro.

“Scusa l’indiscrezione, ma c’è qualcuno o qualcosa che ti infastidisce dietro di me?”

Per rispondere mi si avvicinò un po’ e mi disse a voce bassa:

“Il gatto nero che tiene sulle ginocchia quell’uomo in fondo al vagone con la bombetta ed il vestito rosso: continua a guardarmi accidenti a lui!’”

“I gatti spesso lo fanno, non ci farei tanto caso.” Le dissi, un po’ perplesso.

“Come? Non lo hai riconosciuto?!”

“Chi? Il gat...”

“Non girarti! Non voglio che capisca che stiamo parlando di lui.”

“Capire?! ... il gatto?! ... e poi i gatti neri sembrano tutti uguali.”

Non mi venne in mente niente di più furbo da dire.

“Quello è Behemoth! ... Mi mancherebbe solo questa oggi: fare la cerimoniera di sabba!”

Non tentai di capirci qualcosa in quel che diceva, feci solo un tentativo per spezzare la tensione, e dissi:

“Va beh, guarda il lato positivo. Qualcosa oggi è accaduto!”

“Vero! Ma qua non siamo ad Àlice Bel Colle. Ah, sono arrivata. Scusa i modi spicci, scendo veloce dalla parte opposta, magari li semino. Ciao.”

Non ebbi l’opportunità di chiederle altro. Arrivati alla stazione di Mombaruzzo si dileguò senza attendere che ricambiassi il suo saluto, lasciando solo una scia di profumo al suo posto.

Provai a guardare fuori dal finestrino per vederla passare, ma niente. Provai anche a cercare il signore vestito di rosso con il gatto nero, ma di nuovo niente.

“I gatti neri portano sfortuna ...”

Così California venne a capo del mio racconto, occhi a mezz’asta, avvolto in una nuvola di fumo aromatizzato.

“... ricordo che lo si dimostrava in un libro che ho letto tempo fa: “Pillole di meccanica quantistica per uomini soffici””

“Strano!”

“Già, ma pare sia proprio così.”

“Quel che trovo strano è il fatto che tu legga”

Lui fece un lungo tiro dal suo cannone e poi emise lunghi cannelli di fumo dalle narici.

“Quante cose non sai di me, spilungone.”

A Mombaruzzo la linea si sdoppia, e il regionale diretto ad Asti è costretto a fermarsi un buon quarto d’ora in attesa di quello che arriva in senso opposto. Raccontai a California che una volta, durante quell’attesa, il mio occhio cadde su una cascina in mattoni rossi li vicino. La luce del sole del primo mattino sul vetro di una delle finestre, gli donava un azzurro incredibile. Il più bel azzurro che abbia mai visto: profondo, intenso. Conteneva in sé un’idea di verde e di giallo, pur rimanendo inesorabilmente azzurro.

Provai a fotografarla, per catturare quel colore e poterlo poi usare per i miei geroglifici.

Ricordo che la sensazione onirica, crepuscolare, che quell’immagine mi aveva messo addosso venne mandata in frantumi dallo strano sguardo di una signora anziana che era salita a quella stazione e venne a sedersi davanti a me. Tirò fuori dalla sua borsa di vimini un libro dal titolo “Streghe in quattro semplici passi”, e notando che stavo guardando interessato la copertina mi disse:

“Sa, invecchiando ci si dimentica anche l’ABC e questi compendi da quattro soldi vengono bene per rinfrescare la memoria.”

E si mise a leggere assorta.

Io sono un timido, ma quella volta la mia mia curiosità ebbe la meglio e le chiesi:

“Mi scusi se la disturbo, so che è seccante quando si legge, ma posso chiederle quali sono questi pochi passi di cui parla il titolo?”

“Certo caro, non si preoccupi. Dunque, qui dice che il primo passo che dovrei fare è: essere una donna. Beh, questo è effettivamente semplice, direi.“

“Semplice per lei. Io non saprei proprio da che parte iniziare.”

“Mio caro, con volontà ed impegno si può fare qualsiasi cosa.”

“Certo. Ed il secondo passo? magari mi va meglio.”

La vecchina allora si mise a cercare nel libro aiutandosi con l’indice.

“Vediamo un po’. Qui dice che dovrei recarmi all’ufficio di Stato Civile del Municipio di Mombaruzzo”

“Come?”

“Mombaruzzo! Ha presente la stazione dove sono salita? Ecco, quella è la stazione di Mombaruzzo. In realtà il paese vero e proprio è su in collina, dal treno non lo si vede, dista tre chilometri buoni dalla stazione. Neanche tanto tempo fa me li facevo a piedi, ma ormai mi sono fatta vecchia e devo confidare nel fato.”

“Confida nel destino, per farsi la strada da casa alla stazione?”

“Non nel destino: nel fato. Nel senso di maschile di fata. Chiamo così in modo affettuoso il giovanotto che ogni tanto mi da una mano accompagnandomi in macchina nei posti in cui devo andare. Sa, io non ho la patente.”

“Perdoni la battuta, ma pensavo che utilizzasse la scopa per queste cose.”

“Ma io non ho scope. Ho un Folletto. Sa, la schiena ...”

“E con il Folletto non ci si riesce?”

“A fare cosa?”

“A volare”

“Lei usa il Folletto per volare? Non credo sia stato progettato per questo uso, mio caro. E poi non è più comodo l’aereo?”

“Guardi lasci perdere le mie elucubrazioni. Prima intendevo: come è possibile che il secondo passo da fare sia recarsi al municipio di Mombaruzzo.”

In quel momento il treno si era fermato alla stazione di Bazzana e la vecchietta mi disse:

“Mi spiace ma devo salutarla caro, io scendo qua”

E così fece e io mi chiesi: chi mai scenderebbe in un posto come Bazzana, non abitando a Bazzana.

E poi mi dissi che probabilmente era uno dei passi del libro che stava leggendo: visitare Bazzana.

Comunque, arrivato a casa, feci ciò che mi ero preposto con la mia foto, e, facendo una prova di colore, notai subito che quell’azzurro da solo perdeva tutto il suo fascino.

La qual cosa mi fece riflettere su come la bellezza sia sempre il frutto di una relazione delle cose con ciò che le circonda. Un po’ come le note musicali o le singole linee che compongono i lineamenti di un bel volto.

Proposi anche questa riflessioni a California che mi disse:

“Su quel libro di cui ti ho parlato, avevo trovato qualcosa anche a proposito delle combinazioni di colori. Pare sia stato provato che un uomo può mettersi addosso massimo quattro colori. È un limite intrinseco della natura questo. Tra l’elegante ed il cafone. Un limite non superabile con lo sviluppo tecnologico della moda. Solo che questo non ce lo vogliono dire.”

E mi presentò due occhi spalancati ad intendere che lui aveva messo il naso in un grande segreto, e chiosò il suo contributo a quella mia riflessione con:

“Vedi un po’ tu se ne ricavi qualche cosa di utile”

Io mi guardai bene dal chiedergli ulteriori chiarimenti e proseguii con un altro aneddoto.

Una volta, alla stazione di Nizza Monferrato, salì uno strano tipo, che quando iniziammo a fare un po’ di conversazione si presentò come Ceppine Pantaloni Palazzo, ingegnere metafisico, appartenente ad un’antica famiglia di baroni di Saint Vincent. Ricordo che si sedette davanti a me e prese a leggere una rivista che teneva in mano: la prestigiosa “Pesca con la mosca e alieni”.

In passato mi era capitato di leggerne qualche numero perchè mi facevano comodo i metodi per catturare le mosche di chi pratica quel tipo di pesca, dalle mie parti in casa d’estate girano un mucchio di mosche noiosissime.

Quella rivista era diventata famosa per aver pubblicato un articolo in cui si dimostrava che gli alieni non amano visitare l’Italia. Nulla di straordinario, un semplice esercizio di logica elementare: gli alieni, è cosa nota, hanno un’alimentazione a base di ketchup, ed in Italia è da poco diventato legale prendere a ceffoni gente sorpresa a mettere il ketchup sulla pasta e/o sulla pizza.

Per qualche motivo che ora non ricordo, io e Ceppine prendemmo a conversare mentre il treno correva per un lungo tratto parallelamente alla strada nota come “Asti mare”.

Ora, se ci si trova in provincia di Asti si è ad una bella distanza dal primo scampolo di mare, ma a noi astigiani non manca l’ottimismo, soprattutto d’inverno, quando si procede in auto immersi in una fitta nebbia: a quel punto pensare di essere in mezzo alle colline, in riviera ligure, o su Marte, non fa differenza, si ha comunque ragione.

Ad un certo punto Ceppine mi fa:

“Lo vede quel paese sulla collina alla sua destra? Quello è Agliano Terme”

“Lo so, sono della zona anche io”

“Allora avrebbe già dovuto chiedersi come fa a trovarsi li dove si trova, un paese che si chiama come noi sappiamo si chiama. Lo ha fatto?”

“No. Confesso di no.”

“Male. Bisogna sempre chiedersi il perché delle cose”

“Beh, visto che lei lo ha fatto, che risposta si è dato?”

“Secondo i miei calcoli non ci possono essere terme su di una collina.”

“Perché?”

“Mi sembra ovvio, se lei costruisce terme in pendenza l’acqua si riversa a valle. E l’unico punto in piano su una collina è il cucuzzolo. Mi segue?”

“Ci sto provando”

“Attento ora: quante possibilità ci sono che dell’acqua calda sgorghi proprio sul cucuzzolo? Glielo dico io: prossime allo zero. In base ai miei calcoli gli aglianesi fregano l’acqua calda ad Acqui”

“E come farebbero?.”

“Beh, secondo i miei calcoli, riempiendo taniche alla Bollente con il favore delle tenebre.”

“Ma tempo che arrivano al loro paese, l’acqua si fredda.”

“Non dica sciocchezze! Non stiamo mica parlando dell’acqua per far cuocere la pasta. L’acqua di Acqui non si fredda MAI! È un particolare processo a livello molecolare ... ma cosa può capirne lei.”

Capivo però che era molto suscettibile su quell’argomento, e cercai di cambiare discorso.

“Si occupa di altro, oltre all’acqua calda?”

“Attualmente sto conducendo uno studio del perché gli alessandrini, intendo i maschi adulti che vivono ad Alessandria, hanno la testa grossa.”

“Ah! Trova che abbiano la testa grossa?”

“Parecchio!”

“Ed è giunto a qualche conclusione? Se posso chiederglielo ovviamente?”

“Purtroppo non ho ancora trovato risposte conclusive. Ma ho in programma un esperimento che dovrebbe fornirmele.”

“Di che si tratta?”

“Selezionerò un campione rappresentativo di maschi adulti alessandrini, che poi provvederò a scuotere uno ad uno con opportuna veemenza per vedere se si verifica, e con che frequenza, quello che in gergo tecnico chiamiamo “effetto uovo di Pasqua””.

Gli feci gli auguri per la buona riuscita del suo lavoro, lui mi ringraziò e mi salutò molto sobriamente perché eravamo arrivati alla stazione di Montegrosso e doveva scendere.

Il racconto di quell’incontro non seppe destare l’interesse di California: mentre parlavo lo vedevo con lo sguardo perso nel nulla, birra in mano, mentre faceva lunghi tiri dalla torcia che teneva nell’altra.

Andai comunque avanti a snocciolare altri aneddoti inerenti i miei viaggi su quel regionale.

Il tempo è una cosa strana, difficile da comprendere. Anche l’ingegnere era di quel parere. Prima di scendere alla stazione di Montegrosso, fece ancora in tempo ad accennarmi ad un altro studio che stava conducendo: scoprire come mai Il tempo all’interno delle lavatrici scorre più lentamente rispetto a quello che scorre al di fuori di esse. Secondo i suoi calcoli, mi disse, confrontando il timer della sua lavatrice con il tempo segnato dall’orologio, riteneva di poter affermare che un minuto lavatrice corrisponde ad un minuto e mezzo ordinari, a volte addirittura a due. Mentre scendeva mi disse velocemente che pensava ad un esperimento con un gatto, il resto non l’ho capito.

Io feci quella riflessione sul tempo quando mi capitò di sentirmi istantaneamente rispedito negli anni 70 alla vista del sontuoso riporto da orecchio ad orecchio di un vecchio signore, salito una volta alla stazione di Montegrosso, e venuto a sedersi di fronte a me.

Portava pantaloni blue a zampa, con stelle oro all’altezza della svasatura, stivaletti alla Celentano, camicia con collettazzo, sbottonata per mostrare il petto villoso su cui galleggiava una catenina d’oro, e gilet in pelle stile cowboy. Il tutto all’ombra di lanosi basettoni.

Sul gilet portava una grossa spilla con il logo de “Gli Atomici Venerdì”.

Ricordo che mi incantai un po’ troppo a guardare quella spilla, meditabondo, ed il vecchio se ne accorse e mi disse.

“È la mia squadra di bocce.”

Al che mi affrettai a dire.

“Oh mi scusi, sono un maleducato, ma il logo è bello e ha attirato la mia attenzione”

“Non si preoccupi. Piacere! Candido 421, detto Candy Crash! Asso degli Atomici Venerdì!”

Fece quella presentazione con un marcato accento monferrino mentre mi allungava una mano callosa, grossa come un badile. Gliela strinsi e gli feci presente che dal canto mio non potevo vantare titoli se non quello di “pendolare”.

“Perdoni la curiosità, ma quel 421 per cosa sta?”

“È il mio secondo nome”

“Lei all’anagrafe fa Candido 421?!”

“Precisamente. Ci chiamiamo tutti Candido dalle mie parti, quindi ...”

“Curioso!”

Non mi diede altre spiegazioni a riguardo, ritenne più opportuno parlarmi della sua carriera di giocatore di bocce.

“Il mio ruolo è quello di bocciatore. Sabato scorso, al circolo “La Boccia” di Acqui Terme LSD abbiamo battuto le fortissime “Erezioni Aliene”! E proprio grazie alle mie bocciate, sa.”

“Beh, complimenti! In che campionato giocate?”

“Cosa intende?”

“Intendo: è un campionato regionale, nazionale...”

“Esiste un solo campionato, da quel che mi risulta. Da queste parti avete anche campionati di categorie inferiori per caso?”

“Quali parti?”

“Qua sulla Terra intendo.”

“Scusi eh, giusto per capire, le “sue” di parti quali sarebbero?”

“Io vengo da Candido, ovviamente.”

“Si chiama così anche il posto da cui viene?! Curioso anche questo! Candido ... Candido ... no, mai sentito. Si trova nei pressi di Asti?”

“Si trova nei pressi di Vega. Un migliaio di anni luce dalla Terra. Poco più, poco meno”

“Ah! ... maaa...”

“Si si, so cosa sta pensando, è la solita reazione che hanno tutti quando mi presento. Sono intollerante al ketchup. Per questo mi è possibile giocare a bocce in Italia. Il mistero è tutto qua ... Uh guardi, la vede quella discoteca in rovina alla sua sinistra? Ci andavo a ballare il liscio non troppi anni fa. Che ricordi!”

In effetti, in quel momento il treno stava proprio passando di fianco a ciò che restava del “Simbol”, gloriosa discoteca degli anni 80 e 90.

“Beh, una bella sgambata, direi! Intendo il viaggio che le tocca fare per venire a giocare a bocce qua. Viaggia alla velocità della luce immagino.”

“Troppo lenta! Viaggio con il pensiero”

“Ma se è in grado di viaggiare con il pensiero, perché prende un regionale italiano per spostarsi?”

“Odio guidare. Lo faccio solo quando è necessario. Oh, scusi, devo scendere. È stato un piacere.”

E scese alla stazione di Mongardino.

Questo ultimo racconto seppe solleticare la curiosità di California, perché disse.

“Da ragazzo leggevo "Il Micidiale", te lo ricordi? Quel fumetto con protagonista un tipo che faceva il rabdomante al polo nord"

"Ummmm ,,, no."

"Va beh, comunque, ricordo che in una storia c'era uno scienziato che sosteneva che se una persona riuscisse a viaggiare a velocità prossime a quelle della luce sarebbe in grado di viaggiare nel futuro. Forse è per quello che quel tipo prende un regionale: non vuole rischiare di finire nel futuro. Visto come va vestito probabilmente è un tipo che ama vivere di ricordi.”

“Cali, ma viaggiare verso il futuro è un’attività che tutti, terresti e non, compiamo ostinatamente in ogni istante della nostra vita, anche stando fermi. Non abbiamo scelta”

“Si ma a maggiori velocità lo si farebbe più in fretta che stando fermi sulla terra.”

“Probabile”

“Ma quello che non ci dicono, cosi dice quel libro, è che con quel metodo potremmo viaggiare solo nel futuro semplice, non ci sarebbe possibile farlo nel futuro anteriore. Ci hai mai pensato?”

“No, devo dire di no”

“Se ne deduce quindi che la relatività così com’è non si concilia completamente con le leggi della grammatica. Se ci provi ti trovi per le mani un mucchio di infiniti. Così hanno ipotizzato l’esistenza di una particella fondamentale della grammatica, il lectorone, che renderebbe possibile una teoria quantistica della grammatica. Ma questo ce lo nascondono.”

Ed ecco nuovamente i due occhi spalancati a conclusione della sua riflessione.

Proseguendo verso Asti, dopo Mongardino noto covo di alieni, il percorso del regionale prevede una fermata in una stazione che a volte c’è e a volte no: la stazione di Stangona.

Ciò è spiegato dal fatto che una volta all’anno gli stangonesi riscoprono le loro origini nomadi, e quel giorno, per tradizione, non può esserci nulla di stazionario in quella località, e il treno risparmia una decina di minuti sulla tabella di marcia.

Stangona è anche nota per la produzione di frasi senza senso, utili ad esempio a dare un taglio a conversazioni che vanno per le lunghe, o ad essere di aiuto a far del sarcasmo a persone poco abili in tale occupazione. Le frasi vengono confezionate come caramelle Sperlari e vendute in simpatiche scatole colorate. Belle ma sprovviste di istruzioni.

Il problema delle frasi senza senso è che hanno un senso solo quando sono utilizzate nel contesto giusto, e cioè quando rispetto a questo risultano effettivamente non avere senso. Ma senza istruzioni, c’è il rischio di utilizzarle in un contesto in cui hanno invece perfettamente senso, e a quel punto perdono tutto il loro senso.

Una volta ad esempio mi capitò di trovare in una confezione stangonese questo scambio di battute:

“Cara, cos’è sta roba che hai comprato? Non ne abbiamo già abbastanza di ciapa puve?”

“E’ un rilevatore di gente che non si fa i quatzi suoi!”

“Interessante! Tienilo d’acconto, mi raccomando. Funziona così bene!”

Ora, se questo scambio di battute ha luogo quando il marito si riferisce ad un qualcosa che non è realmente il rivelatore nominato dalla moglie, il prodotto stangonese mostra tutta la sua utilità.

Ma nel caso in cui quell’aggeggio sia effettivamente quel tipo di rilevatore, lo scambio di battute risulta avere senso, e ovviamente non ha più senso come frase senza senso.

Parlai di questa cosa con California, ponendogliela come curiosità, e lui mi disse:

“Sai Flame, le frasi senza senso sono come le particelle fondamentali, come gli elettroni, se vuoi. Se sono da soli funzionano, ma quando si incontrano con la propria antiparticella si annichiliscono.

E adesso mollala li di scartavetrarmi le glorie con sti racconti, fai un tiro da sto capolavoro di artigianato appena fatto e sta zitto.”

Dopo Stangona il regionale arriva finalmente ad Asti. E così fece California il giorno che se ne andò portandosi dietro l’estate, per poi proseguire chissà dove.

Poi è arrivata la pioggia, la nebbia, l’autunno e infine l'inverno. Speriamo almeno che le cantine della zona facciano almeno del buon barbera.

Ciao California.


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