Those of the Unlight ovvero “Quelli della non-luce”, secondo album dei Marduk che vede capeggiare in copertina i tolkeniani Nazgûl, gli Spettri dell'Anello.

Quali migliori padrini per un album black metal? Uomini sapienti che hanno inseguito il potere fino ad esserne consumati e quindi trasformati in spettri, che non stanno più del tutto in questo mondo ma al tempo stesso non sono completamente nel regno dei fantasmi. Quel che è certo è che hanno voltato le spalle alla luce.

Il black metal è un fenomeno alquanto strano, oltre ad essere un genere musicale.

Esclusivo della Scandinavia, per lo meno nella sua forma più canonica, la scena greca è un caso a sé stante, benché simile, e quel che viene dall'America ha una natura differente, va perciò compreso nella sua natura legata ai luoghi d'origine.

D'accordo il freddo e la poca luce, ma non bastano a svelare il nascere di questa onda nichilista che divampò nelle società regine del welfare state, qualcosa di molto più profondo e celato si risvegliò in quegli ormai lontani anni '90, qualcosa di non compreso ed ignorato, non assimilato.

È l'archetipo non integrato direbbe Jung, che emerge dall'inconscio collettivo scandinavo e reclama prepotentemente quel che è suo. La potenza Wotanica del primato nordico, della potenza regale e guerriera che sfida il freddo e la morte ed impone la sua legge, Got come Goti ma anche come dei, terribili e possenti.

Il lampo dell'archetipo balena e la nera fiamma, immagine che piace alquanto a tutti i super true black metallers, si accende, ma non è una fiamma visibile, è nera, come Nero è il Sole che emana la luce astrale.

E la fiamma incendia la Norvegia, anche se ad essere obiettivi in Svezia i Bathory avevano indicato la via, tant'è che torna indietro ed anche una scena svedese prende vita.

Tra i primi esponenti troviamo i Marduk, che prendono il nome dal dio babilonese, e come i loro contemporanei esprimono il disagio dell'archetipo non integrato con musica violenta, caotica, tendente al minimale, ma a modo suo atmosferica; i testi sono tutti di matrice blasfema e anticristiana, violenze e repressioni ancestrali gridano ancora vendetta. Rispetto ai “cugini” norvegesi però lo stile dei Marduk, come lo stile svedese in generale, è meno strettamente codificato, l'annichilamento delle strutture musicali tipico dei Darkthrone, con le produzioni schifosamente grezze e casalinghe, è evitato e un che di affine al death metal di Entombed e compagnia si avverte, come se black e death svedese avessero genitori comuni, fatto ben espresso da gruppi come Dissection e Necrophobic. La strumentale Echoes from the Past, penultima traccia dell'album esplicita bene tutto ciò.

Di questi tempi nei quali un nichilismo violento dall'esterno colpisce e travolge tutto, cercando di destrutturare e fluidificare tutto ciò che incontra, si può pensare di indirizzarsi verso il nichilismo del black metal, un nichilismo interno che può portare a distruzione il singolo, trasformandolo in un fantasma, un terribile Nazgûl, questa infatti è la triste sorte di chi evoca l'archetipo ma poi non lo padroneggia, chi invece è in grado di farlo vedrà splendere la fiamma nera, che in quanto tale è al di là del bene e del male.

Carico i commenti... con calma