Copertina di Matchbook Romance Voices
fede

• Voto:

Per appassionati di rock alternativo, fan di evoluzioni emo e indie, ascoltatori alla ricerca di dischi intensi e vocalmente espressivi.
 Dividi con...

LA RECENSIONE

Non sono mai stato grande fan del genere "emo", sempre che ci sia un solo genere emo, dal momento che sotto questa dicitura di comodo negli ultimi anni sono stati raggruppati, volenti o nolenti, tantissimi gruppi spesso cloni gli uni degli altri.

Quando l'emocore era però ancora un genere dai contorni definiti uscì un disco di una band americana, i Matchbook Romance, che suscitò molto interesse nella critica del tempo. Il gruppo aveva forti radici pop-punk adolescenziale, ma sapeva partire da quelle per elaborare un debutto che ebbe dell'eccezionale. Oggi i tempi sono cambiati (forse in peggio), e nel 2006 i nostri danno alle stampe il loro secondo album, "Voices", ed è di nuovo sorpresa, stupore e cambio di rotta. Scordatevi quanto da me detto finora a proposito di pop punk ecc: qui c'è solo un ottimo rock, non più da quattordicenni, marcato sì sempre del solito eyeliner sotto gli occhi ma stavolta molto meno evidente, al punto che si potrebbe quasi dire che il gruppo si sia orientato maggiormente verso l'indie rock. Certo, come per la definizione "emo" anche questa è un po' troppo omnicomprensiva, ma credo che sia un genere che ormai si spiega da solo.

Per chi conosce i Matchbook sin dagli esordi strabuzzerà gli occhi ascoltando l'opener "You Can Run But We'll Find You". Le chitarre si sono fatte di colpo più pesante e stratificate, tratteggiano ora paesaggi sonori molto più complessi e per nulla immediati. La voce poi è intensa e sofferta, arrabbiata e sinuosa, ma ben lontana dagli urletti tipici del genere (o ex genere a questo punto) di questa band. La traccia è una vera mazzata, labirintica quanto basta e incalzante nel momento giusto, con il suo finale rabbioso e turbolento che sfocia in una placida coda di piano.

La successiva "Surrender" ricorda addirittura i Muse, per quell'arpeggio di chitarra così delicato che via via sale di intensità e rabbia, e nei passaggi tra ritornello e strofa sembra davvero di sentire, per piccoli sprazzi, la band inglese. Da annoverare senza dubbio il break a metà canzone, davvero incisivo e trascinante. Certo, sono solo momenti in un album intero, ma servono a farci capire quale sia il percorso intrapreso dalla band, ormai matura e lontana dagli ormai troppo calpestati territori emo.

L'inizio dell'album è folgorante, terza canzone e terza bellissima traccia, "My Mannequin Can Dance". Fortemente debitrice del sound della precedente in quanto a parte melodica (forse però più incalzante), in questa le chitarre se vogliamo sono ancor più stratificate e corpose, con, stavolta palese, un deciso rimando ai Muse, ma senza copiarli minimamente. La successiva "Goody Like Two Shoes" sembra incanalarsi verso una ballata malinconica, con le sue sezioni strumentali e accompagnate da archi notevoli, ma è solo uno specchietto per le allodole dal momento che presto la canzone esplode in un rabbioso chorus (sempre in voce pulita attenzione, mai uno scream emo punk per intendersi), che attraverso un saliscendi intenso con numerosi cambi di ritmo ci conduce verso il convulso finale di questa quarta traccia.

Si giunge dunque a quello che io considero forse il miglior pezzo del disco, "Monsters". Le sonorità cambiano di nuovo, un intro dalle tinte parodistiche e quasi ironiche ci porta al vero cuore della canzone, una traccia sinceramente indefinibile, fortemente ritmata e contornata dal sublime lavoro delle chitarre (qui avvolgenti come non mai) e soprattutto dalla voce, che nel precedente brano e in questo raggiunge vette di intensità davvero notevoli. Davvero un bel pezzo, coinvolgente e carico di sensazioni.

Ovviamente non tutte le ciambelle vengono col buco, e pure quest'album ha i suoi difetti. Alle cinque splendide canzoni iniziali fanno da contraltare altri pezzi piuttosto tiepidi, che possono essere benissimo tralasciati. Seppur di qualità leggermente inferiore al quintetto iniziale spingono forte però "Portrait" (con una struttura "à la Muse" già vista precedentemente) e "Singing Bridges" (quest'ultima già con tinte più malinconiche).

Tirando le somme ritengo questo un disco veramente notevole e meritevole di essere ascoltato, soprattutto nelle sette tracce da me nominate. E' un prodotto molto intenso e sentito, in grado di mettere in tavolo disperata rassegnazione, malinconica rabbia e doloroso rifiuto. Lontano dai clichè emo, l'album si farà sicuramente apprezzare da tutti coloro che avranno la pazienza di assaporarlo e di capirlo in ogni sua sfaccettatura.

Carico i commenti...  con calma

Riassunto del Bot

Il secondo album 'Voices' dei Matchbook Romance rappresenta un'evoluzione dal pop punk adolescenziale verso un rock più maturo e stratificato, con influenze indie. Critica e musica si accordano per definire l'opera intensa, emozionante e lontana dagli stereotipi emo. Pur con qualche traccia meno riuscita, l'album si fa apprezzare per profondità e intensità vocale, soprattutto nelle prime sette canzoni. Un disco che vale la pena ascoltare per chi cerca sonorità ricche e sentite.

Tracce testi video

01   You Can Run, but We'll Find You (04:06)

03   My Mannequin Can Dance (03:55)

Leggi il testo

04   Goody, Like Two Shoes (07:09)

06   Say It Like You Mean It (04:21)

Leggi il testo

08   Singing Bridges (We All Fall) (05:11)

11   I Wish You Were Here / [untitled] (15:45)

Matchbook Romance

Matchbook Romance è una band rock americana nota soprattutto per gli album Stories and Alibis (2003) e Voices (2006).
02 Recensioni