Men at Work
Two Hearts

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L’inaspettato recupero di quest’opera, pescata in una svendita tre per due a cifra irrisoria, nonché il suo successivo ascolto in auto, mi hanno lasciato abbastanza basito. La voce di Colin Hay mi si è parata davanti in tutta la sua ricchezza dopo tanto tempo e tanti diversi ascolti e amori musicali, turbando e nutrendo il mio spirito, beneficiando il mio corpo: veramente una grande, grande voce, capace di mandare in solluchero l’anima pur intonando semplici canzonette pop rock.

E la chitarra del compare Strickert? Perfetta, minimalista, rotonda, risonante, avvolgente con quel suo chorus perenne e il suo arrangiare intelligente, opportuno.

Non ascoltavo questo disco da almeno trent’anni, da quando me ne ero liberato insieme a tutti gli ellepì di casa per lasciare ai ciddì campo libero. E dire che questo è il meno riuscito dei tre lavori di questa formazione australiana (il mio preferito resta “Cargo”), talmente fuori dai radar della storia della musica che, quando ogni tanto viene fuori il discorso “Cosa salveresti del rock anni ottanta?” mi dimentico sempre di citarli. Eppure sono stati dei grandi… me ne accorgo risentendoli ora in quest’opera un po’ emarginata e realizzando che non hanno perso un’oncia della loro capacità di colpire al centro i miei gusti musicali.

Il brano che preferisco è “Children on Parade”: quella voce di Colin che irrompe subito, a un secondo dall’inizio, mi commuove istantaneamente, per poi estasiarmi del tutto quando intona quei “Nobody knows, nobody knows…” a conclusione del ritornello. Ma che bello!

Certo non tutto risplende, anzi, vi è un buon numero di episodi che scorrono senza incidere particolarmente, specie quando il cantante lascia il microfono ai suoi soci, bravi quanto si vuole ma con nelle corde vocali neanche un’oncia della capacità di suggestione cosmica del loro leader.

È questo un esempio di grande pop degli anni ottanta, per niente edulcorato, sintetico o tamarro. Il quintetto qui presente avrebbe meritato una carriera più lunga e un lascito maggiore dell’indubbio mito riservato ad essi (soprattutto ad Hay) dalla madre patria Australia.

Mi diventa urgente ora il recupero di qualche disco di Colin Hay, merce completamente desueta dalle nostre parti. Mi risulta che abbia fatto una dozzina di lavori se non di più… Bene! È bello darsi degli obiettivi che facilitino l’affastellamento di ulteriore musica nella mia discoteca già piuttosto sovraccarica.

Colin Hay, che musicista!

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