Il fan della musica alternativa che nel 1997 mette nel lettore questo CD probabilmente non sa bene cosa aspettarsi. Sarà il turno di un altro disco ubriacone come l'esordio? Oppure sarà nutrita la vena "pop" del secondo lavoro? Verranno abbandonate le soluzione folk in favore di altre più commerciali? Nessuna di queste: i Modena City Ramblers seppero prendere una nuova strada abbracciando sonorità e contenuti testuali di ispirazione latino-americana e apportarono delle modifiche notevoli al sound.
In questo senso chiaramente bisogna dimostrarsi di ampie vedute per apprezzare questo tipo di scelta: personalmente, quando mi resi conto di questo andazzo sin dalle copertine dei dischi di fine '90 e inizio duemila, ero ben poco convinto e il mio pregiudizio rimaneva ancora a dire che i veri MCR erano quelli nati solo dall'unione Modena-Dublino. E chiariamoci, quelli che la grande maggioranza degli ascoltatori continua a preferire è ancora la versione Irish folk degli esordi ed è anche quella anche a cui sono legati più ricordi e sentimentlismi, quella che meglio miscelava politica e poesia e, senza buonismi, credo che possiamo concordare che al netto di una buona presenza di cover, "Riportando tutto a casa" rimane il punto più alto della carriera della band.
Eppure questo terzo disco si desta dei dubbi che aveva avuto il pur buonissimo "Grande Famiglia" con un colpo di coda che ancora una volta ci dimostra di che pasta erano fatti i Modena e che quelli che oggi sono tanto bravi a dire che è "un gruppo di sfigati per fricchettoni" (come se poi fosse tutto 'sto grave insulto) farebbero meglio a risentire che mazzate tiravano in questo "Terra e libertà". La svolta sud americana, in breve, convince alla grande: miscelata sapientemente col folk del trifoglio dà vita un grande disco.
Il disco parte con un brano carino ma non trascendentale, che mette in chiaro l'andazzo ma non gli rende del tutto giustizia; ottima invece la doppietta "Il ritorno di Paddy Gacia"/"Il ballo di Aureliano", che convince alla grande nonostante certe soluzioni melodiche un po' già sentite. Meno accanite le gradevolissime "Remedios la bella" e "Radio Tindouf". A questo punto i Nostri, sorridedendo beffardamente, si guardano e calano l'asso: il disco sterza verso una pesantezza del sound che i Modena raramente avevano sperimentato prima, con mine folk punk di ottima fattura. La strumentale - scatenata - "Marcia Balcanica" lascia spazio a "Danza Infernale" (con cui si "risponde a "The Turkish Song of the Damned" dei Pogues) quindi arriva la meno movimentata "Qualche splendido giorno" e poi la bellissima - e ancora bella sostenuta - "Transamerika". Buona "Lettera del fronte" e si torna alla carica col folk punk scatenato di "L'ulima mano". Buona ma non indimenticabile "Cuore blindato" e si torna in pista con la riflessiva "Don Chisciotte". Bel riff pesante per "Cent'anni di solitudine" per chiudere poi con "L'amore ai tempi del caos", che abbassa un po' il livello.
Un disco abbastanza lungo, quindi, con un certa discontinuità e che nelle atmosfere colpisce perché la componente di baldoria e ricordi di giovinezza che faceva da spina dorsale a RTAC si fa rada e non sempre ottimamente sposata col nuovo corso. Il disco non riesce a trovare il pezzone super-struggente né fa ricorso a quelle strumentali molto gradevoli: i Modena erano cambiati. L'Italia era cambiata, la musica era cambiata. E forse le colline verdi, i folletti e i trifogli era bene così, che rimanessero un bel ricordo dei tempi andati. L'anima folk si avverte sempre massicciamente, ma affiancata da tante altre ispirazioni. Perché in una parola questo è il disco della maturità. E crescere vuol dire sempre lasciarsi dietro qualcosa, questo qualcosa è quasi sempre un po' di spensieratezza. Da qua in poi il gruppo sarà sempre più politico, tra chi va a sentirli ai concerti sempre meno gente conoscerà i Pogues e così via.
Ma questo disco rimane un grandissimo disco. Perché la band accetta la sfida, infarcisce il sound di nuove esperienze, si apre a nuove culture e dà vita a bei pezzi, bei testi, arrangiamenti ottimi. Chi cerca ispirazioni sud americane può stare sereno, chi predilige qua e là brani meno duri avrà pane per i suoi denti e a sentire certi pezzi direi che probabilmente pure certi Folkstone hanno studiato qui... Tanto "Riportando tutto a casa" rimane lì, non scappa: ma non lasciate che quel primo disco vi precluda di scoprire questo grande lavoro. Voto: 87/100.
Si tratta a mio avviso di un lavoro disorganico, approssimato, come se i MCR avessero deciso di infilarci dentro canzoni e idee quasi a caso.
Disco mediocre, con punti alti e punti molto bassi, inspiegabilmente bassi.