È notizia di questi giorni che Morrissey ha rifiutato una "proposta indecente" degna del peggior Abrahmovic per tornare a esibirsi con i suoi vecchi "compagni di squadra" in un festival californiano: si parla di una offerta da 5 milioni di dollari, prontamente rifiutata dal nostro eroe, che ha recentemente affermato di non sentirsi con Johnny Marr da 2 anni.
Poco male, perchè mentre il passare del tempo sembra dimostrare che il nome e la leggenda degli Smiths stiano aumentando ulteriormente anche nei passaparola delle nuove generazioni, anche tramite il fiorire di gruppi come The Organ o Arctic Monkeys, il caro vecchio Moz dimostra con questa sua ultima fatica, "Ringleader Of The Tormentors" (titolo, a sua detta, estremamente autobiografico) che il suo percorso artistico è ben lontano da un esaurimento di ispirazione.
Intendiamoci: non c'è niente che, dal punto di vista compositivo, non sia già stato accennato nei suoi precedenti lavori solisti, con un particolare riferimento a quel "You're The Quarry" che ha decretato la sua resurrezione commerciale, anche se forse la produzione di Tony Visconti ha fatto emergere un lato più oscuro dal sound delle singole tracce. Il cambiamento principale riguarda più che altro l'atmosfera in cui è impregnato questo disco, attraverso dei testi che mostrano esplicitamente un preciso momento della sua vita privata, fotografato alla perfezione in ogni suo aspetto e con la splendida cornice di Roma come scenografia ideale delle canzoni. Sì, perchè "Ringleader Of Tormentors" testimonia l'infatuazione di Morrissey per l'Italia, dopo avere constatato che
"negli U.S.A. sono obesi e in U.K. sono depressi: qui invece tutti, non solo i giovani, indossano i vestiti migliori che possono permettersi. Peccato per tutte quelle pellicce".
Dopo avere venduto la villa di Los Angeles, Moz ha soggiornato per diverso tempo in un hotel vicino Piazza del Popolo, dove ha trovato nuove fonti di ispirazione e nuovi stimoli: i luoghi di Roma hanno aiutato l’artista a elaborare una veste più personale e confidenziale, come dimostra ampiamente il singolo “You Had Killed Me” in cui vengono citati i nomi illustri di Pasolini e del suo celebre “Accattone”, di Luchino Visconti e di Anna Magnani, e che vive il momento più intenso nel verso cardine “Piazza Cavour, what’ s my life for?”. Malgrado queste premesse “impegnate”, il disco non si profila pretenzioso dal punto di vista delle musiche, eccezion fatta forse per la ballata “Dear God, Please Help Me”, che vede addirittura la collaborazione prestigiosissima di Ennio Morricone, in cui qualcuno ha voluto intravedere una sorta di “coming out” di Morrissey riguardo la sua identità sessuale, ma che stando a una sua dichiarazione tratta in realtà di un suo avvicinamento alla religione dopo una passeggiata nei pressi del Vaticano (non dimentichiamoci che le sue radici sono pur sempre irlandesi!): per quanto riguarda la chiacchierata produzione, alla fine il tocco del Tony Visconti “boriano” si fa sentire solo in episodi marginali come la tirata “The Father Who Must Be Killed”.
Moz si riavvicina ai temi sociali in brani come “I Will See You In Far Off Places” e “The Youngest Was The Most Loved” (introdotto dalla tipica sirena delle ambulanze italiane) che potrebbe tranquillamente essere un pezzo degli Smiths, ma per il resto siamo sempre sul territorio di una sorta di auto-analisi ben evidente ad esempio in “In The Future When All’s Well” e dal probabile nuovo singolo “I’ ll Never Be Anybody’s Hero Now”, oppure in “On The Streets I Ran”, in cui riprende la parabola del suo rapporto di odio-amore con la sua città natale Manchester. Queste canzoni, alla fine, non fanno altro che accompagnare le alterazioni d’umore del cantante, sempre sospeso tra una visione profondamente pessimista e fatalista del mondo e l'aggrapparsi a una figura non meglio precisata, un “you” che compare in veste di “salvezza” (in “To Me You Are A Work Of Art”:
“Vedo il mondo/mi dà il vomito/ma poi guardo te e so che/da qualche parte c'è un qualcuno che può placarmi; Per me tu sei un'opera d'arte/ed io ti darei il mio cuore/cioè, se ne avessi uno),
lasciando intravedere, forse per la prima volta nella poetica “morrisseyana” , il fatto che quell’umanità tanto analizzata e sbeffeggiata è in ogni caso l’unico verso senso della nostra vita, e in questo caso i versi di “Life Is A Pigsty” parlano chiaro
(“La vita, la vita è un porcile/a vita è un porcile/per tutta la vita ho continuato a cambiare marcia/ma sono ancora lo stesso di sempre/Puoi fermare questo dolore?/persino adesso nell'ultima ora della mia vita/mi sto innamorando ancora/ancora” ),
così come i continui richiami a Dio, addirittura attraverso versi che mostrano un insospettabile messaggio di altruista compassione (“I Just Want To See The Boy Happy”) confermano tutti i significati simbolici che questa “confessione in musica” vuole trasmettere.
Morrissey si è spogliato di ogni vezzo e si concede finalmente al pubblico con quello che a mio avviso verrà considerato il suo album più introspettivo e “umano”, un aspetto sancito dalla conclusiva “At Last I Am Born” dove i versi
“Alla fine sono nato/gli storici prendano nota/che finalmente sono nato/un tempo correvo dietro agli affetti negati/ma adesso me ne sto seduto a sbadigliare/perché sono nato/ Un tempo pensavo di avere parecchie ragioni per piangere/e le avevo/ma ora non più/perché sono nato/alla fine sono nato”,
indicano come le carte in tavola siano state davvero scoperte. L’ombroso, scorbutico e decadente Morrissey si è lasciato alle spalle gli anni della sua “atarassia” personale e si è concesso agli altri, ma soprattutto a sé stesso, e questo potrà essere dovuto forse a un carattere che con il passare degli anni si è addolcito ma non si è certo placato (le chiavi di lettura quando si parla di lui sono per forza molteplici e ambiguamente interpretabili), ma anche, aggiungo io, a una Roma che può orgogliosamente rivendicare il ruolo di teatro della rinascita di un artista destinato a essere ricordato come un classico con cui sono cresciute diverse generazioni al di là di ogni età e di ogni nazionalità. Un altro bel colpo, Moz.
Cè la perfezione assoluta che solo il vecchio (ormai) Steven Patrick riesce a distillare in tre minuti.
You have killed me. Again.
Lavoro veramente scialbo con un rosario di canzoni inutili fotocopiate una sull’altra.
Mi auguro che stia altri sette anni senza pubblicare niente e che gli tornino utili per progettare un album degno di tal nome.