Di parole su questo disco se ne sono già fatte tante, troppe. Della seconda giovinezza di Mozza sono uno dei più asserti convintori. Pardon, convinti assertori. Che poi viva a Roma, si faccia arrangiare gli archi da Morricone, finalmente ammetta che un uomo gli infiamma le cosce, beh, sono cose non fondamentali. Così come forse non è fondamentale in toto la musica che c'è su questi solchi (c'è ancora il vinile, per chi vuole, e può).
Però. C'è sempre un però. C'è la perfezione assoluta che solo il vecchio (ormai) Steven Patrick riesce a distillare in tre minuti. C'è quel meraviglioso incredibile singolo. Mi hai ucciso. Nella Roma di Pasolini e degli accatoni, di Visconti e Magnani. Troppi cerchi che si chiudono. La totale malinconia della felicità. Anche quando si cambia vita. Chitarre molto Smiths, senza dubbio. Ritornello killer (appunto). Sintesi carveriana nei versi per un autore che è sempre più che prolisso, sin dai titoli.
Essendo un abbagliato, adorerò questo disco, come sempre ho fatto. Ho speso queste ultime briciole di lucidità per dichiarare pubblicamente la mia resa. Sono uscito da un (bel) po' dalla beata tristezza adolescente. Eppure. Eppure. Eppure questo stronzo mi sconfigge sempre. Miglior autore inglese da decenni. Scontroso e antipatico. Sei pure andato a vivere nel luogo più simbolico che conosco.
Che dire? You have killed me. Again.
(PS. ho trovato dei "piciu" sparsi per il sito. siete della nobile razza - bovina - piemontese?).
Moz si è spogliato di ogni vezzo e si concede finalmente al pubblico con quello che a mio avviso verrà considerato il suo album più introspettivo e “umano”.
"La vita, la vita è un porcile... persino adesso nell’ultima ora della mia vita mi sto innamorando ancora, ancora".
Lavoro veramente scialbo con un rosario di canzoni inutili fotocopiate una sull’altra.
Mi auguro che stia altri sette anni senza pubblicare niente e che gli tornino utili per progettare un album degno di tal nome.