Copertina di Muddy Waters The Ultimate Collection
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Per appassionati di blues, amanti della musica vintage, cultori di musica autentica, ascoltatori che cercano emozioni profonde, pubblico interessato alla cultura afroamericana e alle radici musicali
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LA RECENSIONE

Non mi è mai piaciuto recensire una raccolta, non è un'opera completa da cui trapela un pezzettino della vita dell'autore, in cui si respira un certo stato d'animo dell'artista. Le raccolte in genere hanno solo valore commerciale.... Tuttavia, con Waters è stato diverso.

Questo disco incarna a pieno il prototipo del genio blues, quell'animo di scazzata spensieratezza che separa un uomo in quanto uomo dalla maschera che è costretto a indossare ogni giorno sul lavoro, in famiglia, davanti al sistema e concedersi una birra o due, una sigaretta e un ballo degno di questo nome. Perchè, come in "Fight Club", siamo gente comune, che al di fuori si tratta con indifferenza e freddezza, ma dentro quel locale, mentre suona quella musica, non ci sono più gradi, nè classi sociali, nè rancori, nè invidie... Solo uomini e donne e vita, tanta vita. Ecco le sensazioni che si provano. Ecco cosa rievoca questo disco, nel nostro animo. Situazioni vissute forse solo tra i fotogrammi di un vecchio film, o nella nostra immaginazione... Sensazioni fortemente sottolineate dalla scarsa qualità della registrazione che anzichè essere una pecca, come sarebbe per qualsiasi altro disco, dona all'opera quel certo non so che di figo...

Un po' come la voce del vecchio Muddy, una voce amica e complice nello stesso tempo, una voce profonda e umana, che riscalda chi la ascolta. No, non è solo conforto quello che deriva dall'ascolto del disco... Sembra strano, ma è un disco che mette voglia di fare. Un po' come se, cantando "Baby, please, don't go!" ti volesse in realtà dire: "Ehi, fretello, cosa stai lì a sfracellarti i coglioni? Spaccati il culo finchè devi, che tanto per allentare la tensione puoi fare un salto al locale stasera e berti una o due birre, e fumare una sigaretta, e ballare...". E in fondo non è così la vita di noi, poveri appartenenti al ceto medio-basso? Non è questo il nostro destino, forse? avere una vita qualunque, diventare tanti uomini invisibili che vivono all'ombra degli altolocati, sbarcare il lunario in qualche squallido ufficio di provincia, pensare solo ai nostri meschini interessi piccolo-borghesi, fregarcene di chi muore nel terzo mondo, dei bambini sfruttati eccetera, "tanto sono cose che continueranno a succedere"?

Beh il blues sembra gridarcelo a gran forza: siete voi gli uomini più felici della terra, voi che dovete spaccarvi il culo, poichè senza spaccarselo non si sa cosa sia la soddisfazione... Lo disse pure Johnny Cash, mi sembra, credo... Boh, vabbè ora me ne vado, esco un po'... magari vado a fare un salto al locale, mi bevo una o due birre, mi fumo una sigaretta e ballo un po'...

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Riassunto del Bot

Questa raccolta di Muddy Waters supera il valore commerciale tipico delle compilation, trasmettendo l'autentica essenza del blues. La musica evoca sensazioni di umanità, liberazione e vita vissuta al di fuori delle maschere sociali. La qualità grezza delle registrazioni e la voce profonda di Muddy creano un'atmosfera intima e coinvolgente, capace di motivare e confortare allo stesso tempo.

Tracce testi

01   Rolling Stone (03:05)

02   Got My Mojo Working (02:50)

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03   Southbound Train (02:53)

04   Good Morning Little Schoolgirl (03:12)

05   Going Down Slow (04:07)

06   Gypsy Woman (02:33)

07   I Feel Like Going Home (03:08)

08   Walkin' Blues (02:55)

10   Lonesome Road Blues (03:02)

11   I Can't Be Satisfied (03:41)

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12   Baby Please Don't Go (03:18)

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13   Hoochie Coochie Man (02:45)

14   Just Make Love To Me (02:50)

16   Smockestack Lightnin' (03:05)

17   Forty Days And Forty Nights (02:50)

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18   I Love The Life I Live (02:48)

Muddy Waters

Nato nel Mississippi nel 1913, registrato da Alan Lomax nel 1941, si trasferì a Chicago nei primi anni ’40 entrando alla Chess Records. Con la sua chitarra elettrica e una band formidabile (tra cui Otis Spann e James Cotton) ha definito il Chicago blues, influenzando profondamente il rock britannico. È morto nel 1983.
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