C'è chi tenta di convincerci enumerando i posti di lavoro creati dal suo governo, e c'è chi porta l'acqua al proprio mulino promuovendo un generico "volemose bbene". Sbagliano bersaglio ambedue perché non siamo né automi programmabili né volontari altruisti. No. Non voteremo né le cifre astruse dei Kraftwerk né il buonismo generico di Kate Bush ("Réduire la vie à / des formules indécises / c'est bien impossible"). E tantomeno il totalitarismo rétro dei Laibach. "Tous les maux sont les mêmes". I problemi che ci tormentano sono altri. Sono la paura ("Don't let me die"), l'insicurezza ("…tenter d'attaindre une humanité"), la mancanza di direzione di una vita di cui ci sentiamo sempre meno al timone ("Moi qui croyais mon âme sanctuaire impénetrable"). Frastornati dai problemi globali di un globo in agitazione incessante, avremmo bisogno di qualcuno che ci sussurrasse all'orecchio un incoraggiamento ("L'Ange, parle-moi, parle moi / Dis-moi si tu es là?"). Un "Stai andando bene". Un "Credo in te". E, osando proprio l'impossibile, un "Ti voglio bene" ("et dis encore 'je t'aime'"). Ma sottovoce, da vicino ("Je lui demande / si l'amour est tendre"). Questo, da qualcuno che conosciamo.
Quant'è che conosciamo Mylène? Sono anni, e tanti. Non vogliamo contarli, perché non è quanti siano che vale ma la velocità alla quale si sono tuffati nel lago nero del passato ("mémoire… qui m'oublie, qui me fuit"). È il sesto disco in studio, questo di Mylène, ed era un po' che non sentivamo la malìa della sua voce, una voce che è impossibile deluda, anche in un album minore come questo. Le melodie non lasciano il segno: sono evanescenti, leggere, ma il messaggio è nel vibrato, nei sospiri. Incontrarla è sempre come la prima volta: uno scherzo pungente ma affettuoso, una invito a fior di labbra e, perché no?, una frustata orgasmica.
L'"Angelo Rosso" ci è cara come al primo, civettuolo incontro, ma noi siamo cresciuti, e lei pure. E stavolta non vuole tirarci per quattro salti in pista né, irresistibilmente, far finta di essere maschio solo perché immagina che essere un ragazzo sia divertente. No. S'è imbrattata del sangue della guerra dei sessi, perché sono le parole di una combattente che non si tira indietro ("fiançailles / en bataille") quelle che riempiono questi brani ("tous ces combats / qui brisent insouciance / mordent l'existence"). Di nuovo, la troviamo quindi perfettamente allineata al nostro stato, e non solo d'animo. Vicina, ancora, in più di un modo. E attuale, senza ricorrere a nulla di così volgare come un intermezzo rap. Perché adesso vorremmo qualcosa che facesse rima, sì, ma con i nostri sentimenti: ed ecco la poesia ("…fi de l'ascèse!") (il testo del brano che dà il titolo all'album è di Baudelaire). Vorremmo qualcosa che ci salvasse dalla banalità di questi tempi biecamente materialisti ("j'envie des mondes / qui ressemblent aux songes"): ecco la trasparenza della voce. Vorremmo qualcosa che ci rasserenasse, perché ogni giorno scendiamo in pista come fossimo macchine di un autoscontro ("…obsédée du pire…", "le plus vaste des cœurs se brise"): ecco quindi le melodie.
Vorremmo essere portati, trasportati in un mondo dove ci piacesse vivere ("à des songes emportés, a des mondes oubliés"), cancellando le brutture ("le jour s'est couché / pour éteindre le monde") e – mi consenta – dimenticando l'inquietudine di fronte all'avvenire ("Jésus! J'ai peur… Jésus! De l'heure…"). Ecco allora, per il nostro momento privato di piacere quotidiano ("l'envie de frémir / est pharaonique!"), un album di ballate intime, di parole leggere ("…souvenir de mots") che si ritorna ad ascoltare per l'effetto che ci fa quel sospiro o per l'attrazione fatale di quel ritornello.
L'orchestrazione elegante e discreta tesse una scenografia delicata per il nostro incontro con lei, per mostrarci che il nostro mondo sempre "un peu trop physique" ha un rovescio diafano: presente, intimo ma inafferrabile come un sentimento. "Avant que l'ombre" è un album che si ascolta per liberare la mente dalle pressioni, dalle brutture, dalla mitragliata di shock emotivi che ci colpisce – e affonda! – ogni giorno. Mylène conosce i veri problemi che ci affiggono: le mezze misure ("La vie n'est rien… quand elle est tiède!"), la necessità di cambiare ("mon sang buillonne / Je bous de tout, en somme"). È ad uno sguardo partecipe come il suo che vorrei affidare il mio futuro ("…une envie de bonheur"), non a questi "hommes… de pierre / aux destins sans gloire / mal étreints, trop fiers" che mi vogliono strappare il voto con l'arroganza o con le moine, perché "c'est aujourd'hui / c'est ce qui compte vraiment". "'Vivre' est ce qu'il y a des plus rare au monde". "Il y a de l'uniformité partout / de la pensée en boîte / et c'est bien tout": non se ne può più di pensieri preconfezionati! Con Mylène grido loro: "Shut up!" "Je dis non, je dis non, je dis non!", perché "l'on respire comme ils mentent de façon ravageuse". Abbiamo sopportato i loro "discours trop prolixes / Que de la rhétorique!" e li abbiamo visti "faire de leur vie un empire…/ Fuck them all!" grida il coro del singolo.
Parole sante. "Fuck them all!". Mylène for president!