Stavolta non hanno perso tutto questo tempo, il settimo lavoro dei tunisini (ma ora anche in parte francesi) Myrath arriva a soli due anni dal precedente, il secondo periodo più breve mai intercorso fra un loro disco e un altro.
“Wilderness of Mirrors” non si discosta molto da “Karma”, chi ha apprezzato il penultimo lavoro può tranquillamente apprezzare questo, chi lo ha criticato probabilmente farà altrettanto in questa occasione. Le caratteristiche sono all’incirca le stesse. Una componente melodica e orchestrale ben presente e predominante, frastornante al punto giusto, una componente metal regolarmente presente ma sempre piuttosto rarefatta, influenze arabe sempre presenti ma anche qui piuttosto diluite e inserite in un contesto più o meno internazionalizzato.
Anche stavolta ho sperato in un ritorno ai fasti del secondo o perlomeno terzo album, dove metal, prog e atmosfere arabe si incastravano alla perfezione, ma anche qui il mio livello di soddisfazione appare dimezzato, anche qui troviamo una band col freno a mano tirato che non fa il proprio dovere fino in fondo. A partire sin dalle chitarre, che pur proponendo il classico riff pesante vengono mantenute sempre piuttosto in secondo piano, sono anche qui molto timide, vorrebbero sfogarsi ma non lo fanno per paura di diventare invadenti, si nascondono nel tessuto sonoro e serve spingersi bene le cuffie nelle orecchie per goderle. Le parti più tipicamente arabe però mi convincono un pochino di più rispetto a quanto si sentiva nel precedente disco, appaiono un tantino più autentiche anche se non sono certo ai livelli di quelle che caratterizzavano il buon vecchio “Tales of The Sands”, dove erano onnipresenti, sincere e immersive. Si recupera qualche parte di percussioni in più, qualche fiato etnico e pure qualche cantato in arabo; è un recupero però piuttosto blando, non dominano e non si prendono bene la scena come facevano fino a “Shehili”.
Tutto questo perché la grande protagonista è ancora una volta la melodia, brillante, intensa, potente, ariosa. Una melodia che si prefigge di essere a tutti i costi orecchiabile per far breccia su un pubblico possibilmente ampio che con una proposta esplicitamente ruvida sarebbe più difficile conquistare.
La verità agrodolce a cui bisogna arrendersi è una e semplice: da una decina di anni i Myrath sono praticamente una pop band, e bisogna riconoscerlo al di là del gusto personale, al di là del fatto che questa scelta piaccia o meno. Avevano costruito un mix grandioso e rivoluzionario con il loro secondo e terzo album, ma quel mix perfetto è durato troppo poco, successivamente hanno continuato a spacciarsi per metal band ma è stata l’estrema leggerezza a prendere il sopravvento; “Legacy” addirittura non lo definirei nemmeno un disco metal, ma anche a gran parte di “Shehili” viene difficile affibbiare questa etichetta, gli ultimi due album hanno recuperato abbastanza e la solida base metal ce l’hanno ma non è certo la pesantezza vera ed esplicita dei primi lavori.
Ovviamente occorre differenziare, perché le tracce offrono comunque una buona varietà, seguono un orientamento ma si distinguono in qualche modo l’una dall’altra. In particolare ce ne sono tre che hanno davvero un buon tiro e mischiano bene pesantezza e melodia araba: mi riferisco ovviamente a “Still the Dawn Will Come”, “Through the Seasons” e “Edge of the Night”. In questi brani i Myrath si mostrano per ciò che li ha fatti conoscere, non si fanno problemi a mettere le chitarre in evidenza né a mischiarle con le melodie tipiche della loro terra, non si vergognano di essere metal né nordafricani, e non si fanno problemi a mischiare le due cose. Sono brani che ti gasano ma allo stesso tempo ti fanno arrabbiare, perché suggeriscono che se volessero potrebbero ancora regalare quel perfetto mix. Invece, per paura, per timidezza sopraggiunta o altri motivi scelgono da ormai dieci anni di mantenere un profilo più basso. Forse è una mossa commerciale, come lo è ad esempio “Until the End”: chitarre soffocatissime per evitare di risultare meno catchy e una vocalist femminile già nota all’ambiente, Elize Ryd, in grado di offrire alla band una migliore visibilità. Ma non scherza nemmeno “The Clown”, che ha una bella parte centrale con cantato in arabo ma è fondamentalmente un hard rock pomposo dalla brillantezza tipicamente AOR, con orchestrazioni possenti e un piglio che ricorda le produzioni recenti dei Royal Hunt. Altro brano che fa palesemente attenzione a non suonare troppo pesante è “Echoes of the Fallen”, che con la chitarra volutamente piatta del ritornello e l’elettronica minimalista delle strofe sembra fare il verso addirittura ai Linkin Park.
Insomma, una metal band che si presenta come tale ma ha paura di esserlo… o che forse non lo è davvero? Agli inizi sembravano esserlo, ma a sentirli adesso sembra che ai tempi stessero facendo finta, che ci stessero prendendo in giro, quando si presentano ora come metal band suonano poco credibili, poco sinceri, sembra più un hard pop chitarristico sgargiante e ben confezionato. Anzi sapete qual è il brano più sincero e credibile? Ve lo dico io, è “Breathing Near the Roar”, che suona come una hit europop anni ‘90, con tastiere estive e spumeggianti, è quasi una specie di reggaeton, un brano da nave da crociera o da aquagym in spiaggia. È decisamente pacchiano ma si mostra per quello che è, sembra quasi voler rivelare la vera natura della band. Così come sincera è anche la semi-ballad accattona e ruffiana “Soul of My Soul”, che sarà pure un brano insipido e vacuo (per me il punto più basso del disco) ma anche qui la band non finge di essere ciò che non è.
Non mancano comunque le belle sorprese, su tutte l’opener “The Funeral”, che non solo conserva riff piuttosto duri ma anche si spinge oltre, sperimentando nella sua lunga intro delle sonorità più marcatamente africane, come se la band non volesse fermarsi nella propria terra ma muoversi un po’ più giù, oltre il deserto (qualcosina l’avevano già provata a fare in “Shehili” ma in maniera meno evidente). Non sfugge all’attenzione dell’orecchio nemmeno “Les Enfants Du Soleil”, che è un mix di più cose: il recupero di una certa struttura prog più libera, le sezioni acustiche ben sviluppate, quell’energia symphonic rock tipica di certi Muse, ma la grossa novità risiede nei cori di bambini in francese.
Ma quindi… il giudizio all’album è positivo o negativo? Beh, assolutamente non sto dicendo che è negativo, anzi, perché le melodie sono ottime e ben curate, il disco suona solare ed energico al punto giusto e i brani offrono una buona dose di varietà, classe e soluzioni ben studiate. Le mie sono le solite seghe mentali tipiche della critica musicale (perché come dico sempre “la critica musicale si inventa apposta un problema che non c’è per poterci parlare su”). Soltanto rimane quel rammarico per ciò che potevano essere e invece non vogliono essere. Penso che se in questi dieci anni anziché pubblicare 4 album si fossero limitati a un’unica pubblicazione con i brani migliori e più heavy di quest’ultimo decennio probabilmente sarebbe venuto fuori un grande disco di metal mediorientale. Pensate ad un album con “The Needle”, “The Unburnt”, “Born to Survive”, “Monster in My Closet”, “Temple Walls”, “Child of Prophecy”, “Still the Dawn Will Come”, “Edge of the Night”, “Through the Seasons”, ammettendo giusto qualche episodio più soft come “Believer” o “Endure the Silence”; sarebbe venuto fuori un seguito clamoroso di “Tales of the Sands”. Invece ci offrono sporadici bagliori di luce in mezzo ad un sole un po’ pallido. Eh pazienza, ai Myrath si vuole bene lo stesso.