Correva l'anno 1979, quando Neil Young e i suoi Crazy Horse (Frank "Pancho"Sampedro alle chitarre, Billy Talbot al basso, e Ralph Molina alla batteria) incisero "Rust Never Sleeps", uno dei capolavori del cantautore canadese. La scelta di registrare l'album dal vivo fu decisa, probabilmente, per ottenere  un sound più "vivo": qualsiasi artista che si esibisce dal vivo acquista molta spontaneità in più rispetto ad un normale album di studio, che salvo qualche eccezione, è un lavoro più "freddo". Il disco contiene esclusivamente  materiale inedito; nessuna delle canzoni qua dentro è apparsa in un suo precedente Lp. Unica pecca del disco, secondo me, è stata quella di eliminare il sottofondo del pubblico (applausi, fischi e schiamazzi vari), che nemmeno è stato fatto troppo bene: in alcune tracce (ad esempio la prima, My My Hey Hey) si ode distintamente la gente che applaude, verso l'inizio. Si noti anche il periodo in cui uscì l'album: proprio in quegli anni, in Inghilterra e negli USA era letteralmente "esploso" il fenomeno Punk, che ha fatto credere a tutti "che il rock era morto, e che il punk era In". Non furono poi tanti i musicisti o i gruppi di allora, (eccetto i vecchi dinosauri del rock ancora attivi, tipo i Pink Floyd) a fare del rock assolutamente privo di influenze punk (Dire Straits in primis, seguiti dal reggae-rock dei Police). Album, quindi, completamente controcorrente, fuori dalla moda di allora. Ma Young se ne fotte altamente degli usi e costumi che sono in voga in quel momento: coraggiosamente, decide di pubblicare l'Lp. E il successo è immediato.

Si divide in due facciate: una acustica, con Neil alla voce, alla chitarra e all'armonica (supportato solo qua e la dalla chitarra ritmica di Sampedro) e l'altra elettrica, quasi garage-rock, composta da furiose plettrate e dai distorsori al massimo su Hey Hey My My.

Il lato A si apre con My My Hey Hey, una nostalgica ballata che non vuole arrendersi, che ci fa sperare ancora nel rock: "Il Re è morto, ma non è dimenticato" (facendo riferimento ad Elvis, naturalmente). Molto bella anche la successiva "Thrasher", malinconica ma che, al contempo, lascia trasparire speranza alle orecchie dell'ascoltatore, come del resto la seguente "Ride My Lama". "Pocahontas" parla della famosa ragazza nativa americana, e denuncia i soprusi che i coloni facevano a questo popolo: bellissima la musica, traspare dalle note un tocco di ingenuità. A chiudere la prima parte dell'album tocca a "Sail Away", dove c'è anche un accompagnamento di batteria e, ad accompagnare Young, troviamo la brava vocalist Nicolette Larson.

Il lato B inizia con la roccheggiante "Powderfinger", ritmata e molto in stile "garage": bello il ritornello di chitarra elettrica di Neil, che sembra quasi dialogare con lui. "Welfare Mothers" è una altro distorto e allegro pezzo rock, con un ritornello accattivante; discorso che vale anche per la penultima "Sedan Delivery", unica differenza che quest'ultima è parecchio più veloce. Per chiudere l'album in bellezza, arriva Hey Hey My My: versione elettrica della sorella My My Hey Hey, è la canzone più dura e ruvida dell'intero lavoro (io la preferisco alla versione acustica: questa qui elettrica dà più enfasi al testo, più carica emotiva).

Insomma, un album con cui Neil Young vuole darci una lezione: Rock'n'Roll Will Never die...

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