Un autentico miracolo, non ci sono parole. Dopo la loro ultima fatica, risalente ad oltre due anni fa - il controverso "Enemies Of Reality", disco discreto ma gravato da una produzione assolutamente non all'altezza -, tornano gli alfieri del cosidetto thrash moderno - o "post thrash" che dir si voglia - con un album al di là di ogni più rosea aspettativa.
Fin dalla opener, quella "Born" caratterizzata da riff devastanti ed ultrasincopati e da magnifiche linee vocali, si ha la spiccata sensazione di trovarsi dinanzi ad un disco tutt'altro che trascurabile; sensazione che si acuisce rapidamente riff dopo riff, canzone dopo canzone.
"The Final Product", la seconda traccia, è uno dei capolavori del disco. Il chitarrismo è quanto mai eterogeneo, spaziando da riff stoppati sbilenchi e spigolosi (che attingono non poco al repertorio dei geniali Meshuggah), ad altri rocciosi e chirurgici di scuola tipicamente death svedese (At The Gates in primis); il tutto, naturalmente, filtrato attraverso la personalità eclettica e malsana della band.
Il cantato di Dane, ora solenne, declamatorio e austero, ora beffardo e irriverente, raggiunge vette di teatralità che non si udivano dai gloriosi tempi di "Dreaming Neon Black". La musica è un affresco post apocalittico di paesaggi metropolitani in rovina, periferie rugginose e desolate corrose da un lento ed inesorabile decadimento; oppure, ancora, laboratori asettici ed ipertecnologici dediti a chissà quali aberranti sperimentazioni. La tecnica di ogni singolo membro è ineccepibile, ed è surclassata solo dalla fantasia nel metterla in atto.
Sarete travolti da un'orgia di assoli vertiginosi (di un'intensità paragonabile a quelli dei migliori dischi dei Death), tempi e controtempi allucinanti - ma si badi, mai pacchiani o fini a se stessi come avviene per certi famigerati gruppi prog metal che qui non menziono -, e passaggi abrasivi e caustici dalla pesantezza inaudita, alternati a raffinatissime ed inquietanti introspezioni acustiche degne delle migliori ballad dei loro album precedenti (ma non altrettanto ruffiane).
A titolo esemplificativo cito la title track, summa e apoteosi del disco e forse della loro discografia tutta: 9 minuti di incredibili progressioni strumentali, suggestioni mediorientali e misticheggianti, istrionismi vocali e momenti di grande epicità; il tutto, manco a dirlo, dotato di una coesione ed organicità stupefacente. A parere di chi scrive, disco metal dell'anno (in attesa di Opeth, Katatonia e Novembre) e, forse, il migliore dell'intera discografia dei Nevermore. Dopo il mezzo capitombolo di "Enemies Of Reality" era impossibile aspettarsi qualcosa del genere, credetemi...
La schitarrata di Jeff Loomis nelle prime note di questa canzone è di una bellezza impressionante!!!
Il batterista è di una bravura sconcertante, incredibile sia nella velocità che nella perfezione.