Niente da aggiungere
Né da dividere
Nella tua trappola
Ci son caduto anch'io.
Ci sono film che pretendono di spalancare varchi, di aprire fenditure nel reale, ed in quel prurito surreale invece non fanno altro che sbattere contro la propria superficie lucida e vitrea. Sirat appartiene a questa specie di opere che invocano il mistero guardandosi bene dall’essere afflitti da quel senso di perdizione che comporta quella ricerca. Che mira ad allontanarsi dai territori della logica per accamparsi subito all'imbrunire ai bordi di quella terra e materia cosi’ rassicurante.
Il mito, il dionisiaco, la tragedia, l’oracolo, l’enigma dopo 5 minuti di visione di questo film hanno deciso di uscire dalla sala ed andare a giocare a Briscola. Citare oscurità e profondità restando immobili sulla crosta delle cose, evocando il sacro con la voce di chi non ha mai davvero ascoltato il silenzio.
Fin dai primi istanti, Sirat si presenta come un organismo costruito, impalcato, tirato su con corde che eccedono nel rappresentare il peso della struttura e restano troppo visibili. Ogni inquadratura sembra gridare la propria importanza, come se il film temesse di non essere visto, come se avesse bisogno di colpire, di scuotere, di imporre la propria posa. O di risalire semplicemente una classifica gerarchica, dalla quale paradossalmente aspirerebbe a trascendere.
Ma ciò che nasce dalla posa non pulsa, non vibra. E non potrà mai prendere fuoco.
Le immagini, pur curate, restano fredde, come superfici levigate che non lasciano filtrare nulla. È un cinema che vuole elevarsi, ma rimane incastrato nella propria volontà di elevarsi, come un corpo che tenta di levitare mentre è ancora legato al suolo. La fragilità più evidente di Sirat si manifesta nei personaggi, pedine senza essenza pilotate da una mano esterna, privi di quella scintilla imprevedibile che rende un personaggio vivo. Ma anche nel crepuscolo ambito, restano ombre che non gettano ombra. In questa interiorità amputata le comparse di rilievo sono il paesaggio desertico e la musica da rave, il peccato originale è averci voluto scrivere su necessariamente anche una sceneggiatura. Ci si allontana dalle insidie della III guerra mondiale perdendosi tra le dune musicate del deserto, ma l’invisibile e’ veramente assente e presenzia invece lo stesso fragore concettuale di quel conflitto dal quale si cerca di fuggire. La posa e la forzata caratterizzazione dei personaggi riportano a quel rumore dal quale si cercherebbe di sfuggire, la finzione diventa circolare ed il deserto un nuovo archetipo digitale con players intrappolati tra le dune di un metagame, hippies super tatuati e dagli arti mutilati che esplodono dopo un passo falso od un tremolio elettrico del controller di turno. Il limite più doloroso è la incapacità di generare una vera dimensione mistica, nella convinzione moderna che bastino alcuni simboli, qualche immagine sospesa, un ritmo rallentato per evocare il sacro. Ma la mistica non nasce dall’accumulo: al limite dalla sottrazione e nasce da un cedimento, da un varco che si spalanca quando il linguaggio non basta più.
Alla fine, ciò che manca non è la tecnica ma l’anima, quella scintilla che incendia la materia, che trasforma un progetto in un’esperienza, un’idea in un incontro. È un film che si contempla allo specchio, che si compiace della propria immagine, ma non osa perdere il controllo.
E così, invece di condurre lo spettatore in un viaggio, lo lascia davanti a una porta chiusa, una porta che promette un altrove ma che resterà sempre chiusa. Quindi niente di nuovo anche sotto questo sole del Marocco, blindati come tanti nelle considerazioni e nella compiacenza, una delle tante Sitcom esistenziali e questa volta girata in un deserto farlocco.
"Sirat è il ponte tra paradiso e inferno, sottile come un capello e affilato come una lama."
"Stare insieme ci salva, ci cambia, ci migliora. Anche nel deserto infernale del Marocco profondo."