Un dubbio ricorrente verte sulla seguente questione : "Il potere logora chi ce l'ha o chi non ce l'ha?". Sappiamo cosa era solito rispondere un noto uomo politico italiano della seconda metà del Novecento e possiamo immaginare cosa avrebbe risposto un personaggio storico francese come Tayllerand che fu sempre nell'orbita del potere dai tempi della Francia pre rivoluzionaria fino all'epoca della restaurazione post napoleonica (autentico recordman politico imbattuto). Ma dopo la visione de "Il mago del Cremlino ", egregiamente diretto da Olivier Assayas, mi convinco sempre più che il potere è paragonabile ad una sostanza certo inebriante, ma altamente tossica tanto da avvelenare interiormente chi ne viene a contatto. Sempre meglio restare un volto anonimo nella folla.
Basato sull 'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, la pellicola segue le vicissitudini di un certo Vadim Baranov, che ha la fortuna di crescere in una famiglia abbiente per gli standard sovietici. Il padre, infatti, ha un incarico prestigioso nell'Accademia delle Scienze a Mosca e rientra nell'apparato dell'allora partito comunista al potere. E ciò voleva dire anche avere accesso a negozi ben forniti di generi di prima necessità irreperibili per i normali cittadini sovietici.
Ma , come ben risaputo, il sistema entra in crisi e neppure un dirigente illuminato come Gorbaciov potrà salvare, riformandola, l'allora URSS. Dopo il crollo, l'avvento al potere di Eltsin porta una ventata di liberalizzazione nella nazione e conseguente arricchimento di spregiudicati affaristi, non disgiunta però da uno stato di caos nelle strade di Mosca e delle altre città, con scene degne di una Chicago degli anni '30 del secolo scorso . Ma tutto questo non impedisce che i giovani come Vadim Baranov assaporino un'atmosfera di sfrenata attività culturale. Vadim stesso, studente all'Accademia di arte drammatica, si cimenta in regie teatrali sperimentali, con il supporto dell'amante Ksenija.
Il vero salto di qualità per Baranov però avverrà nel momento in cui entrera a far parte del Primo canale televisivo russo, diretto da un magnate e oligarca come Boris Berezovskji. È un momento d'oro per le reti televisive russe, mentre il primo ministro Eltsin non pare in buone condizioni di salute. Urge trovare una soluzione per la salvezza della Russia e Berezovskji e Baranov pensano bene di rivolgersi all 'allora direttore del KGB, un grigio ed anonimo Vladimir Putin. Questi non pare, in prima battuta, tanto convinto di diventare primo ministro, considerato poi che al KGB sai tutto di tutti. Però ci ripensa e si può supporre a ragione che il tipo è uno sfrenato ambizioso. Da prendere con le pinze e con le molle, però, in quanto non ama essere attorniato da eventuali prime donne (e Berezovskji lo scoprirà poi sulla sua pelle).
Quanto avviene successivamente, dalla guerra in Cecenia fino alla guerra in Crimea e Donbass ucraino nel 2014 senza arrivare ai giorni nostri, si snoda a ritmo incalzante, come ben si sa. Ma ad emergere non è solo la spietatezza di Putin (votato ed amato dal popolo russo che ne apprezza i metodi spicci da "uomo del destino") ma anche la progressiva presa di coscienza di Baranov (fittizio spin doctor dello Zar, anche se ispirato al vero consigliere Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin nei primi anni del regime). Viene proprio da pensare che il potere corrompe e figuriamoci quando qualcuno accumula troppo potere fino a che punto marcisca nell'animo. Certo, chi come Baranov opera nell'ombra dell'autocrate deve svolgere, ogni giorno, un lavoro degno di un grande equilibrista: andrà sempre bene e non capiterà di scivolare dal trapezio, senza avere una rete sottostante? E vale veramente la pena correre simili rischi connessi all'esercizio del potere?Chi vivrà, vedrà e comunque non bisogna dimenticare che nella vita ci possono essere svolte tragiche e clamorose.
Non avendo letto il libro di Giuliano da Empoli, a cui si ispira la pellicola, non posso dire fino a che punto il film (girato a Riga in Lettonia) sia la fedele trasposizione del testo. Sicuramente, vanno lodate le interpretazioni di Paul Dano (nei panni di un consigliere atteaversato da dubbi come Baranov) e Jude Law, che senza ricorrere ad un eccessivo trucco è un credibile Vladimir Putin, se si tiene presente che i suoi occhi cerulei sono tanto glaciali quanto quelli dell'attuale Zar, oltre ad esibire la stessa mobilità ieratica dello zio Vlad e quell'espressione da simpatica scarpa sfondata (non proprio una garanzia di simpatia..).
Se proprio ho trovato qualcosa di poco convincente, a mio avviso, è semmai la motivazione putiniana a liberarsi, con le buone o con le cattive, degli oligarchi. Ufficialmente, questi personaggi ( per lo più ex funzionari del Pcus riciclatisi come spietati uomini d'affari) furono allontanati dall'orbita del potere con l'accusa di corruzione e posti a pubblico ludibrio. In realtà, Putin non era animato da ideali giustizialisti ma mirava solo a spogliare gli oligarchi dei loro beni economici, per poi spartirseli con gli zelanti servi del suo potere, in linea con un regime squisitamente cleptocratico e che non va stuzzicato. Infatti, quando Berezovskji fa pervenire a Putin una lettera in cui richiede il permesso di rientrare in Russia dall'esilio forzato in Inghilterra, la risposta putiniana sarà un omicidio su commissione dell'ex oligarca . E non è quindi infondato ritenere Putin l'attuale padrone di tutte le Russie, in piena sintonia con la storia antica della Russia, fin dai tempi dei primi Zar.
Fortunatamente, film come "Il mago del Cremlino " illuminano su quanto precede e motiva gli attuali fatti tragici in Ucraina e in Russia, soggetta ad un sistema di potere vischioso, violento e liberticida. Una valida dimostrazione della forza di denuncia dell 'arte cinematografica.
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