Quanti che abbiano amato alla follia, e amino ancora questo album, saprebbero desciverne le migliaia di sensazioni ed elucubrazioni positive e negative, in sole due parole?
Nessuno, credo. Ed a ragione.
Stiamo parlando di un lavoro che per tanti, tantissimi, ha rappresentato la summa e il capitolo più alto della carriera della band di Halifax, e, seppur uscito all'epoca per un mercato che ancora non era di massa, ma bensì di "nicchia", riscosse un sì tale successo da proiettare, inevitabilmente, i Paradise Lost nell'Olimpo delle stelle affermate ed inarrivabili del genere "Gothic".
E gotica è tutta quanta l'atmosfera che permea questo album: dalla prima nota di pianoforte di "Enchantment", sino all'ultimo accordo di chitarra di "Jaded".
Grandi e piccoli sconquassamenti dell'anima accompagnano i passi lenti e veloci, furiosi e disperati, tragici e decadenti, delle dodici canzoni di questo lavoro. Niente più che ritratti enormemente crudeli di esistenze vacue, senza senso, senza percorso preciso, con tutte le conseguenze che ne occorrono e tutte le tediose constatazioni che ne vengono generate.
Ogni passo è una coltellata atroce al fianco della persona umana, quì considerata come una bellezza sfatta e decadente, sommessa e piangente, assassinata della propria giovinezza, persa nei ricordi belli, e per questo più dolorosi, dell'esistenza che fu.
"Enchantment" è il preludio esatto e preciso di quanto "Draconian Times" rappresenta: l'evanescente e dimenticata dolcezza che si muove nell'immediato e presente mondo di soprusi, prevaricazioni e violenze. Nel suo incedere maestrale e a tratti quasi epico, s'allarga poi in visioni di tono aspro e vibrante, e Nick Holmes a ripetere ossessivamente: "All I need is a simple reminder...".
Mentre il mondo d'abisso dei Paradise Lost si materializza, chiudendo gli occhi, assorbendo le energie negative e grottesche dei primi gemiti sotterranei dell'opera, ci si ritrova ad essere innalzati in alto, verso cime grette e irragiungibili con "Hallowed Land", che dimostra più di ogni altra cosa, quanto siano dotati di talento i componenti di questa band, partendo dalla voce aggressiva di Holmes, per arrivare al drumming incessante e variegato, alle chitarre raschiate e striscianti, seppur estremamente potenti, agli assoli sospesi di un pianoforte che sembra andare e venire nelle folate di vento freddo ed intangibile dei testi.
E' un continuo districarsi in sulfuree ed ancestrali paure questo album. Mai un momento in cui si possa, con sincerità constatare uno spiraglio di sollievo o di luce: niente. "The Last Time", che all'epoca fu dato come primo singolo, è forse il brano più pompato e potente del cd. Cadenzato e con una linea di basso che si sente chiaramente, voglia quasi pestare sulle corde, acquisisce quella che si chiama "consapevolezza"; quella, non illudetevi, della miseria umana e della sua impotenza, e, con rabbioso piglio, i Paradise Lost ci fanno capire che non c'è altra via da seguire, non c'è altro scopo da sottendere, che non sia quello di vivere dolendosi delle proprie pene e della propria idiozia.
I tratti, i profili, poi, di tutto questo marasma di pessimismo oggettivo, vengono bene esplicati ed eccezionalmente dati nel brano cardine di "Draconian Times": "Forever Failure" (che tante polemiche suscitò, viste le sovra-incisioni, all'inizio, al centro, e alla fine, di una frase dell'assassino seriale Charles Manson, mandante tra gli altri, la sera del 7 agosto 1969, dell'omicidio efferato e abominevole di Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, all'epoca incinta di otto mesi, e di tre suoi ospiti nella villa dell'attrice a Cielo Drive, Los Angels) è il brano più caustico e disperato che i Lost in quel frangente abbiano mai composto; in esso, non c'è, come al solito, nulla che rimandi alla "normalità", ma bensì una pioggia acida intrisa del sapore delle cose morte o morenti, quasi volesse essere una impossibile catarsi verso lidi lontani e non immaginabili di sensi compiuti e non più di restrizioni di qualsiasi foggia.
La bellezza del brano, che da solo potrebbe rappresentare in un esempio il "Gothic" come genere, è talmente grande e svilente che ci si sente a disagio nel volerlo descrivere, e solo chi lo ascolterà, o lo ha già ascoltato, potrà descriverne le immani pene che riesce a comunicare.
Se esagero, non me ne vogliate, parlo certamente in maniera faziosa, ma null'altro mi viene da dire riguardo a quanto possa essere immenso e drammatico questo album che per me, ha segnato l'inizio di un periodo tra i più travagliati della mia vita, che mi ha dato la volontà, se non la voglia, di riuscire ad essere quanto sono stato, e sono, in questo momento. A suggello di quanto io possa essere legato ai Paradise Lost e a questo disco in particolare, qualche anno fa mi tatuai la famosa corona di spine con il logo della band al centro sul braccio, segno che, qualcosa, nelle scalfitture e negli anditi nascosti e marcescibili dei Lost, è stato tale e quale anche per me, ed i legami contano eccome. Continuando, si potrebbero fare rilievi e lanciare sonde in decine e decine di aspetti variegati per i successivi brani. Non lo farò perché non voglio annoiare nessuno.
Vorrei solo che, chi, anche con occhio distratto leggesse queste righe, riuscendone a capirne il senso, voglia ascoltare questo capolavoro e farlo suo, solo perché, lo si capisce bene, esso lancia segnali negativi e plumbei, seppur effettati e modernisti, per ravvivare le coscienze di tutti, e per far comprendere che i meandri della vita non sono mai, o quasi, rose e fiori, ma piuttosto spine e catene, e nessuno può dimostrare il contrario.
Se i brani che ho citato non vi sembreranno all'altezza di quanto ho scritto, allora, continuate con "Shades of God", con "I See Your Face", con "Jaded"; non farà differenza: sarà sempre la voce di un abisso vicino eppur profondo che vi avvolgerà, solo che, anziché dalle braccia o dalle gambe, vi prenderà alla testa e al cuore, e voi non avrete scampo.
L’album non annoia, riesce a trascinare l’ascoltatore attraverso le sue melodie, a tratti buie e ossessive.
Carattere costante di ogni brano è un’eterea ma percettibile tristezza, tipica dei Paradise Lost.