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Pattern-Seeking Animals
Prehensile Tales

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Nuovo album a dieci mesi di distanza dal primo, roba molto anni ’70, magari si tornasse a quella prolificità, ora siamo nell’epoca dei minimo 3 anni di distanza ma le band se ne prendono tranquillamente 4 o 5. Beh, si tratta di materiale in parte già pronto da tempo.

I Pattern-Seeking Animals stavolta cambiano approccio e sorprendono. Come già avevo detto temevo che la scelta di puntare su brani più lunghi non giovasse alla band, che ha un approccio melodico che si concretizza meglio sulla breve durata, ma sono stato piuttosto smentito. A dire il vero in questo secondo lavoro la band vuole andare oltre, non vuole ripetere il primo album, non si accontenta di regalarci un altro grandioso album melodico ma vuole aggiungere idee nuove, anche piuttosto particolari, e la scelta paga. In ogni caso gli elementi che hanno reso grandioso il primo lavoro restano, resta il sound fresco, leggero e moderno, restano i suoni synth melodici ma pungenti, restano e anzi abbondano gli organi e i mellotron senza mai voler scimmiottare il solito prog vintage, abbondano anche suoni di flauti, archi e ottoni e anche in questo caso senza piombare esplicitamente nel sinfonico; in sostanza si usano suoni piuttosto vecchi facendoli sembrare tremendamente moderni, si riesce proprio a trovare il modo di impiegarli a servizio di un sound moderno, e non è affatto cosa semplice.

Quindi ci troviamo a dover parlare di un album che adotta una classica struttura prog e che nel complesso è senz’altro più prog del precedente, solo 6 tracce perlopiù lunghe per una durata che tocca i 55 minuti. Le prime due tracce, circa 8 minuti ciascuna, devo dire che non sembrano affatto allungate artificiosamente; “Raining Hard in Heaven” ha più volti, è inizialmente allegra e scanzonata, una sorta di marcetta melodica ben impostata e scorrevole, una sorta di “Ob-La-Di, Ob-La-Da” moderna ma assomiglia anche a “Why Don’t You Get a Job?” degli Offspring, poi però dopo una parte rilassata arriva una frenetica sezione strumentale, un vero e proprio vortice che travolge l’ascoltatore prima del lento e disteso finale; scanzonata, scorrevole e liberatoria anche Here in My Autumn”, un titolo che non si addice ad una melodia che invece mi pare molto estiva, un tripudio di chitarre frizzanti, mandolini, punzecchi di synth cristallini, archi e flauti spensierati a fantasia comunque il tutto sostenuto in maniera massiccia dal basso di Dave Meros.

Ma si va anche oltre, si vuole esagerare, ed ecco che i Pattern-Seeking Animals ci regalano pure una suite di 17 minuti. Dare un giudizio a “Lifeboat” non è stato facile, non è molto dinamica e movimentata, mantiene un’intensità pressoché costante e non è certo ciò che ci si aspetta da un brano di tale lunghezza, non si scorge un vero e proprio cambio di pagina fra una sezione e l’altra; se si amano le suite vecchia maniera questa potrebbe deludere, inutile dire che all’inizio prevaleva in me l’idea di “brano poco spontaneo e allungato in maniera innaturale”… poi mi sono ricordato che “Cygnus X-1 Book II” dei Rush è decisamente meno varia e ripete le stesse melodie molto più di questa eppure la consideriamo un capolavoro, tant’è che mi sono detto “una suite deve per forza avere sbandamenti sonori significativi per essere apprezzabile?”. I passaggi più movimentati si hanno essenzialmente nei primi minuti, ci sono poi due parti che sembrano gemelle eterozigote, in entrambe Meros picchia duro col suo basso ed un sax ottuso e maldestro si inserisce fra i suoi colpi, poi il tutto si conclude con un finale più lento ma comunque caratterizzato da riff robusti; e in mezzo ci sono pure assoli di flauto e di tromba che non passano inosservati, alla fine della fiera è una valida suite moderna, un gioiello moderno di melodic symphonic prog ma nemmeno tanto symphonic con in mezzo anche dei colpi di genio.

Il brano allungato eccessivamente è invece “Soon But Not Today”, che non aveva davvero la necessità di durare 12 minuti; inizio lento con piano, archi e mandolini, poi diventa subito frenetica e vorticosa con staffilate di basso e possenti ottoni, interrotti da intelligenti inserti reggae ed elettronici, ma dopo il sesto minuto il brano sembra non aver più nulla da dire, adagiandosi sui ritmi di una ballad sinfonica e melodica che poteva subire benissimo qualche taglio.

Le idee più bizzarre comunque le troviamo nelle due canzoni più brevi centrali. “Elegant Vampires” ha particolari sonorità mediorientali o forse più est-europee ma ben inserite in un contesto più americano, quasi come se stessimo visitando un negozio di tappeti in una metropoli statunitense; archi, synth e percussioni riproducono bene quell’atmosfera facendosi sorreggere ancora una volta da un basso stavolta più jazzato e meno metallico. Ma cosa dire poi di “Why Don’t We Run”, altro brano che non ti aspetti dove pennate acustiche frenetiche, percussioni sfavillanti, archi sfarzosi e basso ritmico creano un mix fra il Far West e l’America Latina, fra Morricone e i Gypsy Kings, fra il country and western e la lambada; potrebbe vagamente ricordare i Muse avventurosi di “Black Holes and Revelation”, in particolare è tangibile la somiglianza strutturale con “City of Delusion”, sia per gli archi che per l’assolo di tromba.

E quindi? Meglio il primo album o questo? Bella domanda, serve un’analisi in merito alla fine della quale non si viene ad una risposta certa: il primo album vince sotto l’aspetto melodico anche se questo secondo album adempie alla funzione melodica in maniera altrettanto brillante, viceversa questo ha una marcia in più per quanto riguarda la varietà di stili e soluzioni ma anche il primo non scherzava nella ricerca di suoni originali (me ne sono innamorato proprio per quello); in sostanza ognuno dei due album sale in cattedra per un aspetto ma brilla anche per l’altro, sembrano complementari. C’è però da ricordare che il senso d’esistenza di questo side-project è la valorizzazione dell’elemento melodico, e in questo il primo album risulta forse più funzionale; ma per uno che cerca sempre quel qualcosa in più e quel tocco particolare ecco che il secondo la spunta. Forse era un album da realizzare più avanti ma meglio recensire un album diverso che trovarmi a scrivere poche righe per dire che “il disco conferma semplicemente quanto di grandioso fatto nel precedente bla bla bla…”. Quello che i Pattern-Seeking Animals sono veramente lo dirà eventualmente il terzo album, se mai ci sarà (spero di sì e magari non troppo in là), intanto “Prehensile Tales” è uno dei dischi migliori dell’anno appena passato.

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Commenti (Uno)

Matteo95
Matteo95
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Recensione:
Non li conoscevo.. ma quando ho letto prog sono andato ad ascoltarli.. fanno un prog più sinfonico e passami il termine "orecchiabile", e devo dire che non mi dispiacciono.. dopo la recensione può essere che approfondisca con un ascolto più accurato


splinter: Sono una costola degli Spock's Beard, vi è lo storico sempre presente bassista, vi è l'attuale cantante e chitarrista, vi è l'ex batterista che ha lasciato qualche anno fa e alle tastiere vi è il collaboratore e co-autore.

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