De-base, de-construct, de-regulate rock.
Proseguendo quello che a fine anni ’80 era stato il de-basing da parte dei Pixies, e il de-constructing da parte dei Sonic Youth, i Pavement sono stati probabilmente il gruppo che negli anni ’90 ha segnato la scena indie nella maniera più incisiva, grazie alla propria attitudine de-viante e con una serie di cinque album fenomenali per come si muovono dentro e fuori le regole del rock.
Crooked Rain Crooked Rain, del 1994, è forse il più significativo, o forse quello col miglior rapporto originalità/difficoltà… il più bello? Chissà.
Di sicuro, rispetto all'esordio Slanted & Enchanted (‘92), Stephen Malkmus e soci evolvono dal casino lo-fi ed esprimono un sound in media più calmo e accessibile, ma anche più variegato e almeno altrettanto 'obliquo'; insomma il loro estro è al culmine della maturità, già al secondo step. Lo si sente in tracce come la disordinata Silence Kit , la scanzonata Cut Your Hair e la splendida, ironica Gold Soundz.
Ciò che più conta è che i cinque californiani non perdono in quest’album (non lo faranno mai se non, forse, nei più recenti episodi solisti) l’immediatezza lo-fi degli inizi. Non tanto nella sporcizia dei suoni quanto nella spontaneità del loro modo di essere. Sono scazzati, acerbi, ‘slacker’; eppure incredibilmente trascinanti.
Il tempo inesorabile che passa ha donato a "crooked rain" la statura del classico.
Perfezione nella loro imperfezione la raggiungono qui, in questo scintillio di chitarre che si inseguono, si strozzano e ti fanno venire voglia di fumarsi un bel cannone.