Ho sempre avuto un rapporto difficile con i live albums, questo perché in una discografia di una band spesso il live serve a riempire vuoti creativi oppure a rispettare impegni contrattuali. A questo aggiungasi che a me poco interessa riavere dal vivo versioni simili in tutto e per tutto a quelle registrate in studio, ma con una qualità audio pessima o magari con un assolo di sax al posto di quello di chitarra. I dischi costano e spendere soldi per un disco anonimo questo è l'ultimo dei miei pensieri. Anonimi sono infatti molti dischi dal vivo, suonati da band che fanno il loro compitino e che dimenticano che una cosa è coinvolgere le persone durante un concerto, in una bolgia, un'altra è coinvolgerle quando sono comodamente sedute sul divano, mettono il dischetto nel lettore e sperano di ricreare le sensazioni concertistiche.
I Deep Purple però ci riuscivano e gli AC/DC pure.
I primi erano però geni ed i secondi avevano capito che per essere credibili un solo live nell'arco di vent'anni poteva pure bastare.
La cosa che mi colpiva dei Deep Purple era proprio la capacità di stravolgere dal vivo le canzoni da studio, di donarle nuova forza, nuova potenza, di rielaborarle e dilatarle con improvvisazioni e riarrangiamenti.
E' proprio partendo dai Purple che ho scoperto i Phish, quando la ricerca di grandi band rock dal vivo mi portò a questi per me sconosciuti ragazzi del Vermont. Mi venivano descritti come un incrocio tra gli Allmann Brothers ed i Grateful Dead, con quella sottile ironia tipicamente zappiana.
Addentrarsi nel mondo live dei Phish è un'impresa ardua, soprattutto perché ad ogni loro concerto segue un bootleg ufficiale dello stesso. Tuttavia questo doppio live album del 1995 è l'ideale per l'introduzione alla musica di Trey Anastasio & Co., soprattutto perché relativo al periodo del loro massimo splendore, dopo capolavori come Lawn boy e Picture of nectar. Vi sono le jams infuocate tanto care agli Allmann Brothers, ma meno psichedelica dei Grateful Dead, in più c'è un'attitudine progressiva mutuata dalle grandi band del passato, una su tutte gli Yes Sorprende come la band viaggi in sincrono, senza manie di protagonismo, ma dando spazio al risultato di insieme anziché il singolo episodio. Trey Anastasio è un chitarrista sublime, non cade mai in eccessi e lascia spazio al piano di Page McConnell e la sezione ritmica composta dal batterista John Fishman e dal bassista Mike Gordon è precisa, fantasiosa e capace di adattarsi senza problemi alle improvvisazioni dei due solisti. Blues, Bluegrass, Fusion, Progressive, si fondono in un'amalgama sonoro unico ed irripetibile. Sarebbe inutile la descrizione di ogni singolo brano, qui è l'insieme da considerare, è un'orgia sonica con il fortunato pubblico che può assistere ai loro concerti.
Malgrado negli album da studio abbiano difficoltà, per ovvie ragioni, a ricreare gli infuocati scenari live, quella dei Phish è una discografia da essere riscoperta ed apprezzata in toto.