Pier Paolo Pasolini
Il Sogno di una Cosa

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Desolazione e consolazione, politica e antipolitica, futuro e tradizione, speranza e malinconia, regime e democrazia, Italia e non Italia. Benvenuti nell'Italia del secondo dopoguerra, degli esodi, della disfatta, delle macerie e della lenta ricostruzione. Un rapido zooming ed eccoci nella ferita terra del Friuli, terra per l'ennesima volta mutilata da quella melmosa, instabile, volubile, volatile frontiera con il cupo Regno di Sloveni, Serbi e Croati: pochissimi chilometri separano i campi a sud della Carnia dal tenebroso baluardo sovietico, dall'Adriatico di Tito e delle foibe, dal reame iugoslavo appena impossessatosi delle terre giuliane. Eppure, dietro alle insenature carsiche, al di là del Gran Canyon triestino - testimone e ospite di atrocità giammai narrabili in termini non disumani - si distente il neo Eldorado di un gruppo di giovincelli del Tagliamento. Ragazzi di vita che - fra il duro lavoro in campagna e un'allegra puntatita danzereccia di villaggio - sognano e puntano il binocolo verso l'ultima conquista socialista, la Belgrado del Generale Tito. Sbarbatelli delusi dal corso della storia, sopraffatti dalla fame, desiderosi di tastare (e testare) con i loro sensi la presunta magia del comunismo vincitore, del marxismo imperante.

Il Sogno di una Cosa, egregio capolavoro del neorealismo pasoliniano, è un romanzo crudo, la corretta narrazione della valle di lacrime postbellica, il giusto quadretto di una generazione che ha posato le baionette e il littorio e si appresta a compiere un viaggio verso l'aureo ignoto, viaggio che purtroppo si rivelerà un terribile smacco, un'inutile fuga dalla miseria occidentale alla miseria sovietica, due facce della stessa consumata medaglia, consumata sullo scacchiere delle Superpotenze. Oltrepassano il confine, giungono sino alla costa dalmata, alla Fiume dilaniata dall'orda barbarica dei contendenti, e sono costretti ad accodarsi per un pugno di cibo, a farsi sopraffare dalla burocrazia "rossa", a pregare per un mucchietto di briciole quotidiane. E questo in nome di una fede, di un sistema, di un nuovo regime che forse non è la "soluzione finale" per la massa dei reietti.

E in Italia? Nel Friuli minacciato dalla Cortina di Ferro? Ai piedi della selvaggia Carnia? Ritornare a chiedere asilo ai desolanti paesini natii? L'unica soluzione possibile, l'unico treno in perfetto orario.

Eppure, l'ardore verso quel Comunismo utopistico, la devozione per i sommi leader della Bandiera purpurea rimane. Il Bel Paese è solo una blanda colonia dei liberatori d'oltreoceano, il nuovo governo De Gasperi è lontano centinaia di chilometri, la partitocrazia post-fascista pare essere raggomitolata nelle sospettose mani dei prelati, latori di un codice etico e culturale difficilmente rinnegabile e rigettabile. E quel Lodo, quella sorta di egida per i miseri contadini sottomessi, non è altro che l'ennesima finta panacea di un sistema corrotto, il nuovo oppio imposto dall'intellighenzia dei palazzi romani. Non rimane altro che esprimere rabbia e mestizia, comporre neo squadracce, radunare giovincelli, bussare alle porte degli altolocati, strappare promesse di chissà quale valenza, circondare palazzi, pretendere aiuto, lavoro, solidarietà, eguaglianza, cibo, vita. Rivoluzione.

Intanto, in quel trittico di paesini il popolo tira avanti, Stalin o Tito, De Gasperi o il Papa: lavoro e fatica, amore e sacrifici, vespri e messe domenicali, verginità e pudicizia, speranza e Corpo di Cristo, la Terra e il Celeste. E mai rinunciare all'allegria del folklore, al vino delle osterie, alla gioventù alticcia che si riposa, stremata, dai progetti di sommosse e dal sudore della giornata. Miseria materiale e nobiltà d'animo che vanno a braccetto, a ballare una melodia popolare, a trincare buon vino per dimenticare il dolore del tempo e della Storia.

Poi, la Notte, la Morte. Un giovane promesso sposo perisce, la fabbrica di fuochi d'artificio esplode, con lui altri colleghi ignari di ciò che sarebbe capitato. Infine, l'epilogo: un'altra vita si appresta all'ultimo cammino, sconfitta dalla febbre, dalle vampate responsabili della follia degenerativa, della regressione mentale, del ritorno all'origine. Estrema unzione, trapasso dell'anima. Ed ecco avverarsi, ecco apparire il Sogno di una Cosa. La Redenzione dall'Umano.

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Commenti (Cinque)

Darius
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Nico63
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Non l'ho letto, non posso che esprimere il mio massimo apprezzamento per la recensione. Degli scritti e del cinema di Pasolini ho una conoscenza parziale, ma bastevole per farmelo considerare una delle personalità più significative e lungimiranti del Novecento.
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Becco
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ma basta con 'sti pedofili!
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aries
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Ottima recensione di un romanzo di cui non conoscevo l'esistenza. Il tema del disincanto nei confronti del socialismo reale mi appassiona. Lo metto nella mia lista dei desideri.
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Tugginmypudha
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porca vacca, non ho letto neanche un libro di quelli che leggete voi debaseriani. Eppure leggo tantissimo. Comunque Pasolini mi fa cacare!
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