Copertina di Poco Legacy
pier_paolo_farina

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Per appassionati di country rock, fan delle reunion storiche, amanti della musica anni '70 e '80, cultori delle recensioni musicali argomentate.
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LA RECENSIONE

Fiaccati dal fatto che tutti i loro album pubblicati nella prima parte degli anni ottanta non erano riusciti a cavare un ragno dal buco, i Poco sospendono il loro sodalizio e questa vicenda lascia campo libero a qualche nostalgico dirigente discografico che nel 1989 organizza la riunione del gruppo nella formazione originaria di fine sessanta. Ne fa parte addirittura Randy Meisner, il bassista cacciato subito prima che uscisse l’album di esordio, e buon per lui perché un anno dopo si era accomodato negli Eagles.

Insieme a Randy tornano quindi a suonare sotto il monicker Poco colui che nel frattempo aveva avuto successo col duo Loggins & Messina, quell’altro che ci aveva provato invano con la Souther Hillman Furay Band, e ancora il tizio che aveva mollato il sediolo da batterista senza combinare nient’altro di rilevante ossia George Grantham. L’unico a non dover tornare perché sempre al suo posto nei Poco è il virtuoso Russel “Rusty” Young.

Torna anche, in copertina, l’iconica grafica del cavallo che undici anni addietro aveva dato una mano nel notevole successo dell’album “Legend”. Non si butta via niente insomma di quello che aveva funzionato a suo tempo e in effetti questo disco vende bene: è il secondo per riscontri commerciali in carriera dopo il sunnominato “Legend” e procura pure un paio di singoli da Top 40.

Ma l’opera non vale poi molto… abbondantemente edulcorata com’è da diversi pennivendoli ottantiani che provvedono ad inquinare la squisita vena country rock originale con iniezioni di A.O.R., di sintetizzatori, di mainstream pop dell’epoca. La maggior parte delle canzoni sono in effetti co-firmate da brava gente esterna ai Poco, un’iniziativa sicuramente imposta dalla casa discografica secondo un costume che prenderà sempre più piede.

Beninteso, il disco è piacevole ma gli manca l’anima, la schiettezza, quella gioia di crearsi autonomamente il proprio repertorio ed arrangiarselo guardandosi in faccia, nel corso di lunghe notti di prove tirando insieme l’acqua ad un mulino comune. Scorrazza fra i solchi il Synclavier, l’ultimo portento in fatto di sintetizzatori e, in aggiunta, diverse parti di chitarra e basso vengono suonate da turnisti. Per quanto riguarda la batteria… toh, ci pensa l’asso Jeff Porcaro dei Toto, vero prezzemolo in quegli anni per chi crea musica nell’area di Los Angeles; al povero Grantham non gli fanno neanche toccare la batteria, in studio… Per le cose dei Poco bastava e avanzava la sua perizia, ma tant’è, si vede che George era fuori esercizio.

Con tutte queste perniciose novità alla ricerca del risultato “professionale” e “attuale”, l’opera in questione suona poco ispirata, di maniera, ben suonata si ma senza personalità… “Legacy” è uno di quei dischi perfetti come è perfetta Belen: cioè zero fascino, solo forma.

Questa reunion dei Poco nella formazione di venti anni prima risulterà un episodio una tantum, buono per loro pagare mutui e buone scuole ai figli che stanno crescendo. Dopo la relativa tournée di lancio del disco tutti torneranno ai loro rispettivi progetti artistici ed i Poco si allocheranno definitivamente entro un resto di carriera da cult band, sospinti dall’instancabile ma appannato sodalizio Rusty Young/Paul Cotton.

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Riassunto del Bot

La recensione analizza 'Legacy', il disco reunion dei Poco pubblicato nel 1989. Nonostante il ritorno della formazione classica e un buon successo commerciale, l'opera viene giudicata eccessivamente prodotta e poco genuina, a causa dell'influenza degli anni '80 e di molti collaboratori esterni. Il risultato è un lavoro gradevole ma senza anima e personalità, lontano dalla schiettezza degli esordi.

Poco

Poco sono un gruppo country rock nato a Los Angeles nel 1968 da Richie Furay e Jim Messina (ex Buffalo Springfield) con Rusty Young, Randy Meisner e George Grantham. Pionieri del genere, hanno unito armonie vocali e la steel guitar di Young, influenzando la scena californiana. Tra i loro momenti più noti: Legend (1978) con “Crazy Love” e “Heart of the Night”, e classici come Rose of Cimarron e Pickin’ Up the Pieces.
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