Duri e puri, negli anni settanta i Poco fanno buon viso a quel cattivo gioco rappresentato da un successo decente, ma non appagante e tirano avanti di buona lena pubblicando un album più o meno ogni nove mesi. Nel 1976 tocca a questa Rosa del Cimarròn, titolo non riferito ad un fiore bensì ad un personaggio storico minore: una tizia, tal Rose Dunn, che si era invaghita di famoso fuorilegge ed era finita a proteggerlo e curarlo a casa sua.
E’ il multistrumentista della band Rusty Young a leggere da qualche parte le gesta di Rose col suo bel delinquente e relativa banda di desperados. Ne trasferisce la storia su di un poderoso ed ispirato arpeggio di chitarra che intanto gli era sgorgato mentre trafficava con una dodici corde e porta il risultato ai compagni, i quali entusiasti decidono di correre in studio per registrarla, insieme ad altre cose a farle da damigelle d’onore.
Ed eccoti così quest’album, il decimo della corposa serie Poco. In effetti il brano summenzionato è nettamente svettante su tutti gli altri per qualità e ispirazione: “Rose of Cimarron” è in questo modo uno di quei dischi contraddistinti da una canzone “regina”, giustamente messa come incipit nonché a fornire il titolo di tutta l’opera; una situazione simile ad esempio ad “Hotel California” per gli Eagles, ovvero a “Paranoid” per i Black Sabbath e via dicendo.
Questa purissima, eccelsa ballata country rock è cantata in duetto dal chitarrista Paul Cotton che si dà il cambio col bassista Tim Schmit nei ponti. Incomincia dispiegando immediatamente l’aureo arpeggio della dodici corde e mano a mano si arricchisce con dobro, mandolino, orchestra, assolo di elettrica, falsetti vocali plurimi. Anche troppo… l’ultimo minuto finale pomposo e sfilacciato è un sovrappiù non molto digeribile, ma i primi cinque minuti sono estatici.
Come già detto, nient’altro riesce a sfiorare la qualità del brano iniziale, ma ci si avvicina un minimo con la “Too Many Nights Too Long” composta e cantata da Cotton, una ballata resa abbondante da un lungo preambolo e che poi si dispiega sorniona e piacevole fino alla fine.
Il puntuale numero di bluegrass stavolta s’intitola “Slow Poke” e viene lanciato senza soluzione di continuità dalla subito precedente “Company’s Coming”, cantata a quattro voci. In Italia poca gente apprezza questi vorticosi saggi a ritmo serrato nel quale dialogano febbrilmente mandolino, violino, dobro, altre chitarre di ogni tipo: io da giovanissimo ne facevo puntigliosa ricerca e anche adesso, quando dò loro una ripassata, sento di farmi una bella coccola.
Come decimo ed ultimo contributo all’album vi è un piacevole, inaspettato numero in stile ragtime. S’intitola “Tulsa Turnaround” ed è una sorta di blues acustico, dal riff irresistibile e saltellante: una chicca.
L’ennesimo personale riascolto di quest’opera a fini recensori ha risvegliato dunque vecchi e mai sopiti piaceri, nonché l’enorme ammirazione per il compianto Rusty Young un chitarrista banjoista mandolinista così solare, melodico, agile, preciso, appassionato e colle manine d’oro capaci di far risplendere tutto ciò che imbracciava.