Dedicatosi, negli ultimi anni, alla realizzazione di colonne sonore per il cinema, seguendo la tradizione di famiglia e vincendo addirittura un Oscar nel 2002 per la canzone "If I Didn't Have You" (dal film Monsters e co.) Randy Newman ha sostanzialmente abbandonato il mondo della musica leggera, che così scarse soddisfazioni gli ha riservato in quasi quarant'anni di attività.
Tanto apprezzato dalla critica internazionale quanto sostanzialmente ignorato dal pubblico, Newman è uno dei più validi ed interessanti cantautori americani del secondo dopoguerra, capace di rielaborare originalmente i principali generi della tradizione americana (jazz, soul, ragtime, blues, country) immergendoli in testi dalla vena caustica e mai scontata, ribaltando quegli stessi luoghi comuni ai quali rimanda il linguaggio musicale utilizzato nelle sue composizioni.
Un'efficace esempio del suo stile è offerto dalla celebrata "Sail Away", pezzo dall'andamento solenne e sofferto, in cui si celebrano le bellezze ed i valori dell'America, le sconfinate opportunità che questa terra offre ai migranti... per poi scoprire che chi canta non è altro che uno schiavista, invitando la popolazione di colore a lasciare l'Africa per raggiungere il nuovo mondo. Allo stesso modo, "Short People" (cui arrise un relativo successo commerciale alla fine degli anni '70) enfatizza il razzismo tipico dell'americano medio, con una forte presa di posizione contro... le persone basse di statura, vittime degli strami del Nostro, a sua volta appartenente ad una minoranza etnica perseguitata nel corso della storia (Newman è, infatti, ebreo).
Quest'antologia, uscita alla metà degli anni '80, ripropone i pezzi appena menzionati ed altri numerosi brani che coprono gran parte della carriera dell'Autore, sistemati in ordine cronologico dagli esordi alla fine degli anni '60, caratterizzati da accompagnamenti pianistici con innesti orchestrali, alla maturazione dei primi anni '80, in cui Newman proponeva un'energica e ben arrangiata miscela di jazz, blues e soul dall'ottima presa melodica e dalla grande raffinatezza stilistica.
Tutti i brani denotano un'alta qualità compositiva, non ravvisandosi alcun riempito nella pur ampia scaletta: le canzoni iniziali sono contraddistinte dall'alternarsi di toni dolenti ("Love Story", "Living Without You"), sarcasmo ed autoironia ("Mama Told Me Not To Come"), altri brani successivi sono quasi "scherzi" in cui si rivisitano i luoghi comuni di tanta tradizione americana ("My Old Kentucky Home", "Simon Smith and the Amazing Dancing Bear", "Louisiana", "Rednecks"), mentre i brani conclusivi, maggiormente elaborati, restituiscono atmosfere di struggimento ("Christmas in Capetown") e presunte lodi alla sua patria elettiva ("I Love L.A.") risultando maggiormente articolate grazie all'apporto di una strumentazione più ricca. Dall'antologia manca invece l'arcinota "You Can't Live Your Hat On", portata al successo da Joe Cocker negli anni '80 ed inclusa nella colonna sonora di un noto film di erotismo patinato, tradendone forse lo spirito originario.
Resta un mistero il fatto che il nome di Randy Newman sia sempre poco considerato rispetto a quelli di altri artisti coevi, quali un Tom Waits od un Leonard Cohen, la cui proposta musicale e tipologia di pubblico non si discosta poi troppo da quella del Nostro: senza dubbio Newman denota maggior cultura musicale e lucidità compositiva dei pur grandi autori appena menzionati, ma vuoi per lo spirito beffardo ed iconoclasta, vuoi per minor impatto mediatico, sembra un po' dimenticato, come prova il fatto che, sullo stesso Debaser, non si sprecano le recensioni sui suoi lavori.
Proprio partendo da quest'album molti potrebbero riscoprire un pezzo importante della musica americana contemporanea, e - sai mai - rendere giustizia ad un Autore che ha forse il "torto" di mostrare, col sorriso sulle labbra, la faccia peggiore degli States.