Sono passati parecchi anni ormai dalla visione di The Witch e ancora conservo il ricordo di quel magnifico terrore. Una vertigine, un senso di sperdimento e nudità di fronte alle macchinazioni del demonio. Il male che sgorga soprattutto da noi, che si insinua nelle nostre carni fino a portarci alla follia, allo svuotamento. Non l'ho mai rivisto, ma mi è chiara la distanza che lo separa dal nuovo lavoro di Eggers.

The Northman è un film di maniera, che non trasmette mai una sensazione di autenticità. Il regista lavora con il suo immaginario, fa leva sulle qualità che indubbiamente possiede: la visione che turba e rapisce, la creatività e il gusto per le incursioni horror che sanno sconvolgere ma anche in qualche modo deliziare; la costruzione di un'atmosfera infusa di cupo misticismo. Ci tuffiamo volentieri in questo mondo gelido e violento, assaporiamo il gusto del sangue, percepiamo sulla pelle il vento pungente dei regni di Norvegia e Islanda.

Un film lungo con una storia abbastanza piatta, che però non annoia proprio grazie a questo uso profondamente estetizzante della cinepresa. Il mio sguardo si è soffermato compiaciuto sui volti deformi degli stregoni, sulle carni putrescenti delle vittime, ha sondato i paesaggi desolati dell'estremo nord, si è riscaldato al fuoco dei vichinghi, ha lambito le carni delle fanciulle rapite.

Tuttavia, Eggers non riesce a nobilitare del tutto una storia e un copione che non reggono il confronto con i suoi numeri prettamente registici. La scrittura in particolare delude per la sua verbosità gratuita, un'enfasi eccessiva, appesantita dal registro aulico che non risulta troppo gradito, perché non ha un contrappeso nelle vicende che scorrono a schermo. Le parole devono andare di pari passo con la visione: le frasi enfatiche possono funzionare negli scenari grandiosi (Il Signore degli Anelli senza linguaggio alto non sarebbe lo stesso); qui vedo prevalere un mondo selvatico e rude, che si sarebbe adattato meglio alla reticenza praticata ad esempio in un film come Valhalla Rising.

La storia richiama le vicende di Amleth, ma le maneggia in modo grossolano, quasi surreale. Il dubbio non è pervenuto, qui, il nostro si muove in una dimensione bidimensionale che sembra voler flirtare con i piatti eroi contemporanei. Il ritratto che ne emerge è insipido, con alcuni contraccolpi che scadono quasi nel comico (il confronto con la madre, dopo tutta quella prosopopea, fa sorridere). Il linguaggio registico non riesce a raccomodare le diverse istanze portate avanti dai personaggi: non sa decidersi sul punto di vista che vuole adottare, perché in fondo non sa cosa dire su questa storia. O meglio, non ha quasi nulla da dire. Vuole solo vestirla con abiti scintillanti, ma alla fine emerge un senso di miseria, di povertà.

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