Ronnie James Dio non è un cantante metal a caso, è il cantante metal. In buona sostanza non puoi essere un metallaro o rocker e non amarlo. È purtroppo molto sottovalutato rispetto al successo mainstream avuto da altre figure del metal, ma quello che ha fatto con le varie band in cui ha militato è semplicemente colossale.
E dopo due ottimi, fantastici dischi con i Black Sabbath, il folletto italo americano si fa una squadra niente male con musicisti di altissimo livello e dà alle stampe lui, con quel demone in copertina: "Holy Diver".
E a sto giro, mi dispiace, ma Ozzy va a casina.
Questo disco è un disco estremamente importante per la storia dell'heavy metal. Se gli Iron Maiden avevano, con "The Number of the Beast" stabilito quale fosse il canone con cui si usciva dalla NWOBHM, possiamo considerare che Dio, col suo debutto, consacri veramente l'heavy metal scrivendone una seconda, fondamentale pietra miliare con cui questo genere musicale - ma che dico, era un vero stile di vita! - diventa veramente pronto a affrontare gli anni '80. E da quel 1983, quante ne ha passate l'heavy metal.
Perché la ricetta di metal classico americano anni '80 è tutta qua: arrangiamenti pesanti, voci potenti affiancate da chitarre all'attacco, una massiccia dose di epicità e teatralità e una manciata di soluzioni orecchiabili.
"Stand up and Shout", con quel riff la cui impostazione melodico-ritmica farà scuola (ascoltate "Two Minutes to Midnight" e "Phantoms of Death" e rendetevene conto) incalza come un pugno dei denti. L'aggiunta di due versi al ritornello alla fine è da manuale. Non da meno la title-track, marziale e serrata. Esiste, se non erro, una versione live di un medley di Dio che mischia "Holy Diver" e "The Last in Line": da pelle d'oca. La successiva "Gypsy" è di una ferocia inaudita e, nonostante molti la ritengano inferiore, penso invece che sia un'ottima prova della band anche con brani più pesanti. "Caught in the Middle" torna su lidi meno aggressivi ed è un ottimo pezzo che trova le giuste melodie, ma mai quanto la successiva "Don't talk to Strangers": epico brano, struggente e potentissimo, in cui il vocalist si dimostra veramente superbo. Più canonica la pur molto bella "Straight through the Hearth", con i suoi ritmi più cadenzati, che lascia il posto al brano che onestamente mi ha sempre preso di meno, ovvero "Invisible", canzone comunque distante anni luca dall'essere brutta.
La doppietta finale è uno dei più bei modi di chiudere un disco di tale livello. Il riff di tastiera è geniale. Melodicamente ricorda vagamente "Ain't Talking 'bout Love" dei Van Halen, ma ovviamente l'impostazione è diversa. Il modo in cui questo brano incastra il riff di tastiera, un massiccio asse chitarra-basso, una strofa perfetta e un ritornello perfetto con quell'assolo da sentirsi la terra mancare sotto i piedi, beh, è qualcosa che solo una band come gli Dio potevano fare. A chiudere è la magniloquente "Shame on the Night" dove l'atmosfera si fa opprimente per poi esplodere di epicità e con un finale che da solo vale il prezzo del disco.
La voce di Ronnie James Dio è unica e perfetta. Potente, così pastosa, corposa, capace e versatile. E a affiancare il più grande cantante metal di sempre sono musicisti di altissimo livello. La batteria è solida come l'inferno e penso sia uno di dischi con il miglior drumming mai pubblicato; alla chitarra c'è un mostro di quegli anni, ascoltate come sciorina riff e assoli per credere. Un disco che raggiunge intensità e profondità che raramente saranno eguagliate.
Altro da dire? No, ascoltate e basta. Voto: 96/100.
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