Questo è un film che vuole celebrare, compiangere e assolvere Amy Winehouse - e finisce per non riuscire davvero in nessuna delle tre cose. Back to Black soffre di un fraintendimento fondamentale: la vita di Amy Winehouse viene trattata come intrinsecamente significativa solo perché è finita male, come se il caos producesse automaticamente profondità. Non è così. Senza una vera struttura narrativa e nonostante un approccio sufficientemente compassionevole, il film si limita a vagare nell’eccesso.
La storia si apre con un’Amy adolescente affascinata dalla nonna Cynthia, ex cantante di cabaret e presunta “icona di stile”. Da lì, la narrazione attraversa con una certa rapidità i primi successi e la crescente celebrità di Amy, sostenuta dalla famiglia, in particolare dal padre Mitch. Che la sua personalità sfrontata possa risultare simpatica o meno è questione soggettiva; il ritratto che emerge, però, è piuttosto coerente: insicura, sulla difensiva, e aggressivamente teatrale.
I biopic vivono o muoiono su i loro punti d’ancoraggio. Bohemian Rhapsody, con tutti i suoi limiti, è costruito attorno allo straordinario crescendo del Live Aid e al carisma indiscutibile di Freddie Mercury. La vita di Amy Winehouse non offre nulla di paragonabile. Ci sono talento, caos, ripetizione - ma nessun arco definito, nessun evento capace di dare senso a una traiettoria erratica. Inevitabilmente, il punto di svolta diventa l’incontro con Blake, alternativamente presentato come l’amore della sua vita e come la sua rovina.
Il loro primo incontro in un pub occupa una quantità spropositata di tempo sullo schermo, come se la durata potesse suggerire il destino. Marisa Abela è convincente nei panni di Amy, ma la vera sorpresa è Jack O’Connell: il suo Blake è reso con il giusto equilibrio di fascino, superficialità e aggressività. Purtroppo, il film scambia l’interpretazione efficace per sostanza narrativa. La relazione viene osservata più che compresa; e se la morte di Cynthia è indicata come un colpo destabilizzante, la catena causale tra lutto, dipendenza e autodistruzione resta curiosamente poco sviluppata. Blake finisce così per essere meno un catalizzatore tragico che una comoda spiegazione.
Back to Black è un film lungo che risulta al tempo stesso sovraccarico ed evasivo. Si sofferma su momenti marginali che aggiungono poco, mentre aggira diplomaticamente le dipendenze e la violenza di Amy, fermandosi prima della sua morte, come se temesse la conclusione ben nota. Tutti i suoi maggiori successi vengono diligentemente inseriti, per cui i fan troveranno rassicuranti conferme. Gli altri probabilmente vedranno rafforzata la loro indifferenza. Alla fine, il film assomiglia al suo soggetto: caotico, e fortemente ancorato al mito logoro dell’“artista tormentato”, come se il talento autorizzasse l’autodistruzione e la dipendenza fosse un inevitabile effetto collaterale del genio.
È un approccio che comunque il pubblico continua a degustare con commovente devozione, forse perché lusinga sia l’artista sia lo spettatore: lei soffre perché è speciale, e noi ammiriamo perché “comprendiamo”. Ma romanticizzare questo stile di vita non fa che assolvere tutti i soggetti coinvolti - famiglie, manager e pubblico compreso - dalla consapevolezza più ragionevole di riconoscere le persone danneggiate per quello che sono.
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